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Fisco, via lo scontrino dal 2017. Tempi brevi per l’azione penale. Approvati tre decreti, a giugno la riforma di Equitalia e catasto. Meno poteri all’Agenzia delle Entrate

Alessandro Barbera. Dichiarare la morte dello scontrino fiscale è prematuro. Ma una delle novità del primo dei tre decreti sul fisco approvati ieri dal Consiglio dei ministri è che dal 2017 quel pezzetto di carta inizierà ad essere obsoleto, almeno per chi finora lo ha usato per i controlli fiscali.

Scontrino addio, o quasi

L’introduzione della fatturazione elettronica (facoltativa) fra privati prevede diversi incentivi, dalla priorità nei rimborsi Iva alla fine di alcuni obblighi burocratici. Poiché l’emissione telematica delle fatture permetterà all’Agenzia delle Entrate di controllare meglio le aziende, lo scontrino perderà il valore probatorio che per la verità ha iniziato a vacillare sin dall’arrivo degli studi di settore. I commercianti non saranno più costretti a conservarli, spariranno le multe della Finanza e in ogni caso chi fa acquisti potrà ancora pretenderlo.

Cambia l’abuso del diritto

Il secondo decreto (dedicato all’abuso del diritto) e in parte il terzo (sulla internazionalizzazione delle imprese) affrontano temi cari a chi investe in Italia: la mancanza di certezze nell’applicazione delle norme e l’eccesso di discrezionalità delle Entrate. Viene circoscritto il concetto di «abuso di diritto», ovvero gli strumenti attraverso i quali le aziende eludono il fisco. D’ora in poi l’amministrazione potrà contestare solo le operazioni che realizzano un «indebito vantaggio fiscale», che dovrà risultare come «ragione essenziale» dell’operazione stessa e «senza sostanza economica». Per intenderci: se una multinazionale chiude un ramo d’azienda, non sarà perseguibile se dimostrerà che la decisione è legata a scelte di business. L’onere della prova in ogni caso spetterà al fisco.

Certezze per chi investe

Negli Usa la concorrenza fiscale tra Stati è spietata, al punto da offrire regimi fiscali di favore a chi decide di aprire nuove attività. L’ordinamento italiano vieta di arrivare sin lì, la filosofia è quella: introdurre meccanismi che invoglino le grandi aziende ad investire. L’amministrazione fiscale potrà ad esempio concordare preventivamente quanto pagherà una certa azienda costretta alla doppia imposizione in due Paesi europei, oppure calcolare in anticipo l’ammontare delle imposte dovute in un certo arco di tempo. Ad esempio: si tratta o no di «stabile organizzazione»? E in nome di questo, quanta Iva dovrà pagare? Chi ha un fatturato superiore ai dieci miliardi di euro, oppure farà un investimento da almeno trenta milioni in Italia, potrà chiedere il cosiddetto «interpello»: significa che l’azienda godrà di una assistenza privilegiata dell’Agenzia per evitare sul nascere le liti fiscali. «L’Agenzia diventa un consulente del contribuente e non più solo un esattore», dice il ministro Padoan.

Azione penale ridotta

Il governo ha avuto la meglio sui dubbi di Tesoro e Agenzia delle Entrate sulla applicazione dei tempi entro i quali permettere al fisco di esercitare l’azione penale. Il decreto infatti esclude la possibilità di raddoppiare i tempi entro i quali l’Agenzia può sottoporre al giudice un fatto di evasione. Se il fisco ha elementi su una dichiarazione infedele risalente a inizio 2012, avrà tempo solo alla fine di quest’anno per passare le carte al Tribunale e non più, come è ora, fino a otto anni dall’accertamento. Per evitare l’accusa di colpo di spugna, il governo stabilisce però che sui fatti già notificati vale il regime attuale. Inoltre resta la possibilità per il giudice di accertare un fatto di evasione entro i termini più lunghi previsti dal codice nel caso in cui la circostanza emerga durante un’indagine. Ora il governo deve mettere l’acceleratore per rispettare i tempi della delega del Parlamento in scadenza a fine giugno: sul tavolo ci sono fino a sei altri decreti fra cui la riforma del catasto e di Equitalia.

La Stampa – 22 aprile 2015

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