Breaking news

Sei in:

Flop del part time agevolato verso la pensione, 200 da giugno. Il ministro del Lavoro Poletti: «Bisogna prenderne atto, si utilizzeranno strumenti diversi»

Sono solo duecento le domande di part time agevolato accolte dall’Inps nei primi otto mesi di applicazione della misura sperimentale di «invecchiamento attivo» introdotta con la legge di Stabilità 2016. Un dato assai lontano dalle stime governative, che ipotizzavano adesioni fino a 30mila lavoratori dipendenti del settore privato finanziando questo strumento di flessibilità in uscita con 60 milioni nel 2016, 120 nel 2017 e 60 nel 2018. Il flop ha almeno due origini.

La misura è stata giudicata troppo onerosa dalle aziende.

Poiché la platea dei potenziali beneficiari coincide sostanzialmente con quella prevista per l’Ape, nella seconda metà dell’anno molti lavoratori sentendo parlare delle novità in arrivo con la nuova legge di Bilancio 2017 hanno probabilmente preferito attendere per scegliere tra più alternative.

«Le cose vanno sperimentate e quando, come in questo caso, non danno buoni risultati bisogna prenderne atto. Si utilizzeranno strumenti diversi» ha affermato ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Il part time agevolato prevede la possibilità per i lavoratori con contratto a tempo indeterminato che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60 per cento. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Dall’opzione sono esclusi i dipendenti pubblici e gli autonomi. Escluse di fatto anche le donne, visto che chi può usare lo strumento deve essere nato prima del maggio 1952 e le donne nate prima di questa data sono in grandissima maggioranza uscite dal lavoro entro il 2016.

Con il part time agevolato si riceve ogni mese in busta paga, in aggiunta alla retribuzione per il part-time, una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore percepirà l’intero importo pieno della pensione.

Secondo calcoli effettuati un anno fa dai Consulenti del lavoro, il contratto di part time agevolato è vantaggioso per i lavoratori più vicini alla pensione ma meno conveniente per le aziende, che pagano una quota maggiore rispetto alle ore lavorate: su classi di retribuzioni annue lorde che vanno dai 25mila ai 43mila euro un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore (16 a settimana a fronte delle 40 dell’orario intero) ha in busta paga il 72% della retribuzione mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49% (a fronte di una riduzione dell’orario del 60%).

Nei giorni scorsi il ministero del Lavoro ha consegnato in Parlamento gli ultimi dati di adesione a un altro strumento di uscita flessibile che si sta rivelando un po’ più efficace. È l’«opzione donna», che consente alle lavoratrici di andare in pensione a 57 o 58 anni e 3 mesi (se dipendenti o autonome e con maturazione del requisito entro fine anno) in cambio del ricalcolo dell’assegno con il contributivo pieno invece che con criterio misto. Nella relazione tecnica della Stabilità 2016 si parlava di 32.800 adesioni tra il 2016 e il 2018. Le pensioni liquidate da gennaio 2016 a gennaio 2017 sono state 18.743, di cui 14.083 nel settore privato e 4.660 nel pubblico. La pensione media pagata con l’«opzione donna» è di circa mille euro per le lavoratrici private, 800 per le autonome e 1.200 per le dipendenti pubbliche. La norma è stata prorogata con la legge di Bilancio 2017 per consentire l’adesione anche alle donne che hanno maturato il requisito anagrafico nell’ultimo trimestre dall’anno scorso. Il costo della misura, in termini di maggiore spesa previdenziale, era di 2,5 miliardi tra 2015 e 2023. In questo caso sembra che il canale di uscita anticipata stia dando risultati più significativi anche se è probabile che i costi finali si riveleranno inferiori alle stime.

Davide Colombo Il Sole 24 Ore –  5 febbraio 2017

site created by electrisheeps.com - web design & web marketing

Back to Top