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Frenata sul mais fatto bruciare per la bioenergia. La Regione accoglie l’appello di Coldiretti e blocca il limite del 30%

1a1a1_0impianto_bomassaÈ l’altra faccia dell’energia pulita: se si alimenta l’avidità, prima o poi la terra smetterà di nutrirci. Per questo dopo aver frenato la proliferazione di pannelli fotovoltaici nei terreni agricoli, ora il Veneto pone dei paletti anche per impianti per la produzione di energia alimentati da biomasse, biogas e per produzione di biometano definendo i siti dove possono essere realizzati, ma anche limitando l’utilizzo di mais ed altri cereali per questo scopo. Su iniziativa dell’assessore all’agricoltura Franco Manzato (d´intesa coi colleghi Massimo Giorgetti e Maurizio Conte) la Regione ha stabilito che non si possono realizzare impianti superiori ad 1 megawatt in siti patrimonio Unesco, aree di interesse pubblico culturale e ambientale, aree protette, geositi, aree a rischio idrogeologico e tutte quelle riservate a produzioni tradizionali, biologiche o certificate Dop, Igp, Igt, Doc, Docg.

Inoltre si considerano non idonee all´ubicazione di questi impianti le aree “a elevata utilizzazione agricola” e le “aree agropolitane in pianura” se utilizzano biomasse vegetali per una quota oltre il 30% sul totale necessario per alimentare questi impianti che producono energia. «Il provvedimento – sottolinea l´assessore Manzato – riafferma le finalità alimentari dell´agricoltura evitando conseguenze nei prezzi legate ad un eccesso di domanda rispetto all´offerta ed è in linea con le indicazioni del Ministero dello sviluppo economico. Nessun limite invece per l´impiego energetico degli scarti agroindustriali. Rimangono invariate le norme per impianti al di sotto di 1 megawat di potenza».
Questo tipo di impianti genera energia utilizzando ogni materiale organico come le deiezioni animali, i residui agroindustriali ma anche, appunto, colture dedicate e si tratta soprattutto di mais ceroso riservato all´alimentazione degli animali. Il presidente di Coldiretti Vicenza Diego Meggiolaro aveva denunciato in giugno proprio il proliferare in aree agricole del Veneto di impianti che, invece di utilizzare liquami o altri sottoprodotti per produrre energia, erodono intere coltivazioni di mais. “Così facendo – ammoniva Meggiolaro – si rischia la chiusura gli allevamenti, illusi dal percepimento di incentivi che determineranno la loro stessa rovina, restituendo all´agricoltura altre colate di cemento ed incalcolabili conseguenze ambientali».
La Coldiretti Vicenza ha accolto quindi con favore l´iniziativa della Regione: «Ora – spiega Meggiolaro – ci aspettiamo che si vigili sulla rigorosa applicazione della delibera per concretizzare quanto dichiarato dal governatore Zaia ad un forum organizzato dalla Coldiretti a Venezia tre anni fa e in cui assicurava che non si sarebbero utilizzati prodotti alimentari per produrre energia». Anche su sollecitazione dell´Europa sono stati gli stessi agricoltori a incentivare il ricorso alle rinnovabili. Partendo dal principio che utilizzando le deiezioni animali si poteva trasformare un problema, quello dei nitrati nelle acque, in una opportunità. Ma perché allora utilizzare il mais? Perché più comodo e più reddititizio: «Utilizzando però i campi – sottolinea Meggiolaro – prima per l´installazione di pannelli fotovoltaici e poi per la coltivazione di biomasse, stiamo bruciando il nostro cibo. Le energie da fonti rinnovabili devono essere prodotte senza sottrarre produzione all´agroalimentare visto che in Italia copriamo appena il 60% del nostro fabbisogno alimentare. Questo non lo sa quasi nessuno, ma è bene ricordarcelo».
«In pratica, con la delibera abbiamo fissato che in questi impianti non può essere utilizzato più del 30% di mais e altri cereali», ha spiegato l´assessore Manzato ai giornalisti presentando la nuova norma varata dalla Regione Veneto. E anche l´Anpa, l´associazione nazionale produttori agricoli del Veneto, plaude alla delibera regionale che limita la costruzione di impianti per la produzione di energia alimentati da biomasse. «Per la ricerca di biomassa da mais – spiega in una nota il presidente Paolo Casagrande – sono stati sottratti per essere sfruttati negli impianti- 15-20 mila ettari di granella che serviva ad alimentare il bestiame, inoltre in un mercato drogato i canoni di affitto sono divenuti insostenibili per gli agricoltori e allevatori. Era ora – aggiunge – che la Regione limitasse la proliferazione di impianti a biomasse generalmente costruiti non da imprenditori agricoli, ma da affaristi commerciali che hanno voluto sfruttare il business degli incentivi per le rinnovabili e dei certificati verdi. Finalmente viene limitato lo spreco di mais che veniva coltivato per poi essere distrutto per produrre energia, conveniente solo perché ci sono gli incentivi statali».

Il Giornale di Vicenza – 16 agosto 2012

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