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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Fuga dalle carne: gli italiani riducono i consumi, calano anche i wurstel. Aumentano i legumi. Ma la tendenza era iniziata anche prima che l’Oms si pronunciasse
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    Fuga dalle carne: gli italiani riducono i consumi, calano anche i wurstel. Aumentano i legumi. Ma la tendenza era iniziata anche prima che l’Oms si pronunciasse

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche4 Novembre 2016Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Un anno fa l’Oms associava l’uso frequente di carni rosse con la possibile insorgenza di tumore. Influenzati dalla dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità, nei mesi successivi, gli italiani compravano meno carne del solito. Il Rapporto Coop 2016, sulla base dei dati Nielsen riferiti all’intero mercato al consumo, registra un dato relativo a un anno di vendite pari a-4% riferito a tutta la carne fresca (bovina, ovina, suina e anche il settore avicolo) e lavorata (insaccati. preparazioni varie …) .

    In pratica il  consumo giornaliero  si è così spostato verso i 210 grammi a persona al giorno. Questo dato può sembrare elevato, ma è estrapolato dalle stime Fao riferite a  prodotto lordo ( il dato ingloba nella stessa voce il peso di una mezzena di vitellone, e di una parte senza ossa, di un pollo intero…).     Per questo motivo con una certa approssimazione possiamo pensare a un valore di 80-100 grammi di carne, insaccati… al giorno nel piatto. Stando ai dati della società di ricerca per i mercati del Largo Consumo IRI Information Resources, tra gennaio e agosto 2016, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il calo nelle vendite a volume di carni fresche e lavorate nei supermercati è stato minore, registrando un -2,2% .carne 451633181

    Nello specifico, crollano i wurstel (-16,4%), subito seguiti dalla carne in scatola -9,9%, dalla carne rossa -2,8% e dal prosciutto crudo -2,4%.  Mangiamo meno carne rossa, che però viene in parte sostituita con carni bianche, tanto che tra le preparazioni fresche, le più scelte sono carni di animali da cortile e di coniglio, che crescono del 3%, seguite anche dal pollame +1,1%. Come dimostrano gli studi fatti dal Rapporto Coop, incrociando dati Fao e Istat, in realtà la tendenza è iniziata prima ancora che l’Oms si pronunciasse. Il boom di consumi di carni rosse c’è stato negli anni ’70 e ’80 ed è proseguito a ritmi incalzanti fino al Duemila dopo di che è iniziato il calo (tra il 2010 e il 2016, le vendite a volume scendono di oltre il 13%). In corrispondenza della riduzione dei consumi di carne dell’ultimo anno, crescono invece gli acquisti di legumi. Stando ai dati Iri le vendite nella grande distribuzione di legumi freschi, conservati e secchi aumentano dell’1,5%. Sempre in cerca di proteine, aumenta anche il consumo delle uova (+0,9%) e crescono i formaggi e latticini che stando ai dati Iri registrano un +0,4%.

    In sostanza, pur di evitare la carne, nel carrello degli italiani crescono i succedanei di ogni tipo sia della carne che dei formaggi. Stando ai dati Iri, i salumi vegetali hanno registrato nell’ultimo anno una crescita del 180% (best performance del settore), coprendo oggi lo 0,4% delle vendite a volume. Aumentano anche gli acquisti di sostitutivi vegetali del formaggio, che salgono del 3,8%, coprendo una quota del mercato del 3%. Quale strada intraprendere per arginare questa progressiva e continua discesa dei consumi delle carni rosse? Difficile dare riposte univoche. Il rapporto non lo dice, ma una strada percorribile potrebbe essere quella di puntare sul consumo di carne di alta qualità, come quella ottenuta dagli allevamenti bovini grass fed o dagli allevamenti di razze italiane, ad esempio il consorzio 5R (Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana e Podolica). Insomma, è meglio scegliere una fettina di maggiore qualità e dal sapore superiore, ma che probabilmente costa il 30-40% in più e si mangia una volta alla settimana, piuttosto che incentivare il consumo di carni rosse abbassando i prezzi a scapito di qualità e standard di produzione. La ricetta vincente è ancora quella di puntare sulla qualità.

    Ilfattoalimentare – 4 novembre 2016 

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