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Giancarlo, doge per quindici anni che diceva «il Nordest sono io». E ora il Veneto rischia di franargli addosso

Giancarlo Galan non se n’è mai andato dal Veneto. Non c’è stata poltrona romana, anche la più prestigiosa, che potesse eguagliare l’adrenalinica gioia di quei 15 anni (1995-2010) di ininterrotto regno a casa sua. Classe ‘56, cresciuto nel vivaio di Publitalia, mani grosse e sguardo svelto, un master alla Bocconi, pescatore e amante della vita, per tre lustri ha governato il Veneto come un piccolo e indiscusso doge per conto di Silvio Berlusconi, molto più che un leader o un datore di lavoro ai suoi occhi: un padre, un mito («L’ho sempre considerato un genio, un’intelligenza superiore, ringrazio il giorno della mia vita in cui ho scelto di lavorare per lui»).

Senza il Veneto non sarebbe politicamente esistito Giancarlo Galan. Ma ora il Veneto rischia di franargli addosso con il rumore infamante di accuse che spezzerebbero la schiena a un toro. Lui si ribella, ha fretta di essere ascoltato dai magistrati, non ci sta: «Accuse generiche e inverosimili dalle quali sono totalmente estraneo: sono certo di poter fornire prove inoppugnabili della mia innocenza» ha fatto sapere, negandosi ai cronisti, cosa impensabile per un conversatore come lui. Di quei 15 anni da doge, il Mose (assieme al Passante per Mestre) è stato uno dei passaggi cruciali. Galan si è speso come non mai. Ha pressato su Roma quando pareva che il progetto si spiaggiasse. Ha bussato a villa San Martino ad Arcore ogni qualvolta sorgevano intoppi. Ha gioito come un ultrà quando il grande cantiere ha preso il via. Ne parlava come una missione: «Salveremo Venezia». Roba da passare alla storia. La modestia non è mai stata il punto forte di Galan. La sua ultima biografia, uscita qualche tempo fa, porta come titolo: Il Nordest sono io . Che la dice lunga su quanto, con la testa e con il cuore, l’ex uomo di Publitalia sia rimasto nella sua villa a Cinto Euganeo, Bassa Padovana, ora pure quella al centro delle accuse dei magistrati. Eppure è dal 2010 che le alchimie del centrodestra (leggi, Berlusconi) l’hanno spedito lontano da casa, dirottato a Roma su pressioni di Bossi che voleva un leghista (Zaia) al vertice del Veneto. Galan l’ha presa malissimo («Considero quanto avvenuto peggio di un tradimento, cioè un errore») e la prima cosa che ha fatto prendendo possesso del ministero dell’Agricoltura, vissuto a dir poco come un ripiego, fu di ribattezzarlo in «ministero delle mozzarelle».

Le sue baruffe con il leghista Luca Zaia, che gli è subentrato al vertice del Veneto dopo essere stato per anni il suo vice, appartengono ormai al repertorio classico del cabaret politico. Così come la sorda guerra di posizione ingaggiata con gli alleati della Lega, temuti in Veneto più di qualsiasi opposizione. Anche se federalista convinto — al punto da sottoscrivere nel 1998 con il Carroccio la risoluzione per l’autodeterminazione del popolo veneto — Galan, di natura liberale, ha sempre posto un freno ai radicalismi delle truppe padane, atteggiandosi, grazie a un mirato trasversalismo, a centro di gravità permanente. Moderno doge, finché è durata.

Francesco Alberti – Il Corriere della Sera – 5 giugno 2014 

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