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Gli equivoci da chiarire sui tagli e sulle tasse. Il Governo ha promesso che neutralizzerà l’aumento Iva. Un bene, ma non lo può spacciare come una riduzione delle imposte

Enrico Marro. Sarebbe bene che il governo, approvando domani il Def (Documento di economia e finanza) e il Pnr (Programma nazionale di riforme) risolvesse un paio di equivoci che lo stesso presidente del Consiglio ha favorito con la sua conferenza stampa di martedì. Non aumenteremo le tasse e non ci saranno tagli, ha detto Matteo Renzi.

Non ci saranno aumenti delle tasse perché il governo, ha spiegato, neutralizzerà le «clausole di salvaguardia» che altrimenti farebbero aumentare l’Iva per 16 miliardi nel 2016. Va bene, ma per completezza bisognerebbe aggiungere che è stato lo stesso governo Renzi a prevedere queste clausole nella legge di Stabilità approvata alla fine del 2014. E perché lo ha fatto? Perché non era in grado, allora, di indicare altre misure capaci di convincere la commissione europea a dare il via libera alla nostra manovra.

In altri termini, il governo italiano ha detto a Bruxelles: state tranquilli, per il 2016 gli equilibri di bilancio sono comunque garantiti, perché male che vada aumenteremo l’Iva.

Ora, questa soluzione non era l’unica possibile. Se per esempio il governo fosse stato in grado di indicare già l’anno scorso una credibile riduzione della spesa pubblica per 16 miliardi di euro nel 2016 non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad alcuna clausola di salvaguardia.

In sintesi: Renzi ha deciso sei mesi fa, perché non ha saputo fare di meglio, che l’anno prossimo sarebbero aumentate le imposte e sempre Renzi ora annuncia che non aumenterà le tasse perché troverà misure alternative per far quadrare i conti. Ovviamente ci fa piacere, ma chiunque capisce che questo non è un taglio delle imposte (come invece c’è stato nel 2015), ma un giochetto a somma zero e quindi non c’è da stupirsi se la pressione fiscale più o meno resta quella che è, superiore al 43% del prodotto interno lordo.

A meno che il governo non sciolga un secondo equivoco, che riguarda appunto la riduzione delle tasse. Quest’anno il taglio del costo del lavoro (bonus 80 euro più decontribuzione più Irap) è stato senza precedenti. Ora però Renzi deve decidere che fare per il 2016. Ci sono diverse possibilità: estendere il bonus (incapienti, pensionati), prorogare la decontribuzione sulle assunzioni, intervenire sulla povertà o sulla famiglia (quoziente familiare). Tutte costano diversi miliardi. C’è tempo fino a settembre per decidere, con la prossima legge di Stabilità.

Ma il governo deve aver ben presente un problema, che riguarda la decontribuzione. Secondo le norme attuali, essa vale per le assunzioni fatte fino al 31 dicembre del 2005. L’esecutivo ha due possibilità: prorogarla (ma ci vorrebbero 4-5 miliardi) o no. In quest’ultimo caso dovrebbe comunque trovare risorse perché il miliardo e 800 milioni stanziato per quest’anno non basterà. È chiaro infatti che in assenza di proroga, le aziende anticiperanno alla fine del 2015 le assunzioni previste nei primi mesi del 2016 per ottenere così lo sgravio triennale (fino a 24.180 euro). Prima il governo scioglie questo nodo e meglio sarà.

Infine, «non ci sono tagli», dice il premier. Se si riferisce al 2015, l’ultima legge di Stabilità ne prevede per circa 16 miliardi di euro, metà a carico di Regioni, Province e Comuni, in gran parte tagli lineari. Che si porti a casa il risultato è tutto da verificare, visto che i Comuni contestano le riduzioni di spesa a loro carico e quanto si risparmierà sulle Province è incerto.

Se si riferisce al 2016, sappiamo che il governo vuole tagliare di altri dieci miliardi la spesa pubblica. In teoria, una sciocchezza, su un totale di oltre 800 miliardi di uscite annuali. In pratica, un’impresa, visti i precedenti.

Il Corriere della Sera – 9 aprile 2015 

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