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Global health. Aids, Ebola e le altre malattie senza confini. I patogeni non si fermano alla frontiera. E curare chi sta dall’altra parte del mondo ci salva dalle pandemie

Elvira Naselli. Ammesso ce ne fosse bisogno, la storia dell’Aids ha dimostrato come le malattie non hanno bisogno di passaporti per spostarsi da un paese all’altro e diffondere il contagio. Che siano virali, batteriche o legate ad un parassita, come la malaria o la dengue, le patologie viaggiano. E anche se i numeri delle persone infette sono più alti in alcuni paesi, dove anche le cure arrivano con il contagocce, l’Occidente non ne resta fuori.

Per questo motivo il nostro Istituto Superiore di Sanità, che sta per presentare un piano complesso di ristrutturazione interna, ha pensato a un centro nazionale, il primo in Italia, che si occuperà di salute globale.

«Oggi in realtà dovremmo guardare ancora oltre – ragiona Stefano Vella, attuale direttore del dipartimento del Farmaco, che da anni tratta i temi delle grandi malattie e dell’accesso alle cure con il Global Fund – perché anche il concetto di salute globale rischia di essere obsoleto. Dovremmo riflettere sulla salute planetaria, proprio perché l’estrema globabilizzazione dei nostri giorni ha consentito spostamenti di persone e cose – e anche malattie – prima impensabili. E, soprattutto, di diseguaglianza nell’accesso alle cure, una delle più grandi sfide della medicina moderna».

È chiaro che occuparsi della salute di chi sta in paesi anche lontanissimi, in un mondo globale, sempre più interconnesso, significa curare e prevenire le malattie di chi ci sta accanto. Non esistono malattie confinate, qualsiasi malattia colpisce ogni angolo della terra: le malattie lontane che pensavamo scomparse, come la tubercolosi, sono arrivate da noi e le malattie croniche, come il diabete, stanno arrivando in Africa. «E tra i paesi occidentali ricchi e quelli in via di sviluppo – annota Vella – c’è la stessa diseguaglianza che nel nostro paese c’è tra Lombardia e Calabria. Con gli stessi problemi di accesso: oggi per alcune malattie, come l’epatite C, il problema non è la cura, che è efficace e molto costosa, ma riuscire a curarsi ».

Ecco perché l’Iss si occuperà non soltanto di grandi pandemie, malaria, Aids, tubercolosi, Ebola, ma delle malattie neglette, come Dengue, Chikungyia, Lesmaniosi, malattia di Chagas (dal parassita Tripanosoma), e di quelle croniche, dalle malattie cardiovascolari alle neurodegenerative, cancro e diabete. «Con il Global Fund sono state salvate milioni di persone – continua Vella – e affrontate pandemie che stavano distruggendo intere popolazioni». Il Fondo Globale garantisce la metà dei finanziamenti per la lotta contro la malaria, l’82 per cento contro la tubercolosi, il 21 per cento dei finanziamenti internazionali per la lotta contro l’Aids che, con gli oltre quaranta milioni di persone che vivono oggi con il virus Hiv, è certamente la più grande emergenza sanitaria degli ultimi trent’anni. «Le terapie oggi consentono non solo di migliorare la salute delle persone infettate che, se curate in tempo, hanno un’aspettativa di vita simile a quella di chi non è infetto – annota il virologo – ma anche di interrompere la trasmissione del virus Hiv e quindi di riuscire a “spegnere” l’epidemia ».

L’obiettivo di Oms e di Unaids (il dipartimento delle Nazioni Unite che ha in carico la lotta all’Hiv)sarebbe proprio quello di riuscire a mettere sotto trattamento antivirale un numero così alto di persone da consentire, entro il 2020, di interrompere i contagi. Purtroppo, invece, secondo il rapporto Unaids appena pubblicato, nel 2014 nel mondo ci sono stati due milioni di nuovi contagi. Di questi 3695 sono italiani. Secondo i dati del Centro Operativo Aids dell’Iss, nel 2014 in Italia non ci sono state variazioni particolari rispetto ai tre anni precedenti, e i numeri ci pongono al dodicesimo posto in Europa. Il virus colpisce prevalentemente uomini tra 25 e 29 anni, la trasmissione è legata, nell’84 per cento dei casi, a rapporti sessuali senza preservativo sia tra eterosessuali che tra omosessuali (40,9 per cento omosessuali, 26,3 eterosessuali maschi, 16,9 eterosessuali femmine). In Italia – però – il 90,9 per cento dei diagnosticati con infezione da Hiv è seguito presso i centri clinici di malattie infettive, il 92,6 è in terapia antiretrovirale.

«Percentuali altissime, come nella maggior parte dei paesi ricchi – continua Vella – ma le disuguaglianze restano drammatiche con i paesi del sud del mondo . E inoltre il numero delle infezioni continua ad aumentare sia in Asia che nell’Europa dell’est, dove riguardano soprattutto i tossicodipendenti. Il mondo è ancora diviso in due e, a parte l’Aids, basta guardare i dati sulla mortalità materna o neonatale, o ancora quelli sull’aspettativa di vita per capirlo ». Giusto per dare il senso della disegua- glianza, a fronte del nostro 92,6 per cento di trattati, paesi come Chad o Guinea o la Repubblica Centroafricana, che hanno moltissimi malati, oscillano con una copertura di terapia retrovirale tra il 16 e il 20 per cento.

Il centro di salute globale dell’Iss lavorerà con esperti di grandi organizzazioni internazionali e con i centri universitari (quasi ogni università americana ha un proprio centro di salute globale). Con l’obiettivo di cambiare il modello di cura per renderlo più sostenibile. Questo vale per l’Italia come per l’Africa. «Da noi bisogna spendere meglio puntando sull’appropriatezza e tagliando le cure inutili – conclude Vella – in Africa invece servono modelli innovativi di cura. L’ospedale solo per i casi gravi e – per esempio per l’Aids – una community hub, una comunità di pazienti che assiste altri pazienti portando le cure al letto del malato. Un sistema assistenziale innovativo, necessario se si vuole davvero curare quei 40 milioni di persone. Quindici milioni sono già trattati, grazie al Global Fund, ma ne restano altri venticinque. Ed è etico pensarci».

Repubblica – 1 dicembre 2015 

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