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I 154 giorni a ostacoli del Governo Letta, le intese forse troppo larghe e l’instabilità politica

di Roberto Turno. «Che non sarebbe stato facile, lo sapevamo fin dal principio. Vent’anni di confronto durissimo e muscolare lasciano segni e ferite». Alle spalle i suoi primi cento giorni da premier, così i primi di agosto Enrico Letta già quasi scriveva l’epitaffio del suo Governo che sarebbe arrivato nel giorno 154 del suo Gabinetto con la squadra dei 22 ministri delle larghe intese, forse troppo larghe come poi s’è dimostrato.

Certo, meno di due mesi fa, ma prima che arrivasse il verdetto della Cassazione per il Cavaliere, il pisano Enrico Letta, catapultato a palazzo Chigi a 46 anni dopo il flop elettorale del suo partito e il fallimento di Bersani, coltivava un qualche ottimismo: quello che abbiamo fatto finora, scriveva, «dimostra che è possibile lavorare per l’Italia pensando al futuro». Letta l’ottimista un po’ ci faceva, un po’ cercava di navigare alto. Anche se ieri sera, dopo il patatrac voluto dal Cavaliere, ha rotto gli indugi: «Berlusconi rovescia la frittata, gli italiani non abbocchino», il suo tweet per ribaltare sugli ex alleati le responsabilità della crisi e quindi l’aumento dell’Iva.

Già: l’Iva. E poi le scelte sull’Imu (ma solo la prima rata) che il suo Pd ha dovuto digerire nelle forme pretese dal socio scomodo di maggioranza. E il tira e molla sulla legge di stabilità che adesso rischia di restare senza padri e che l’Europa deve «timbrare». Proprio quella Ue che adesso può rimetterci sotto scacco per aver superato il 3% del deficit. A proposito di conti pubblici: lo spread era sotto quota 280 dopo l’incarico ottenuto dal rieletto Giorgio Napolitano al Quirinale, venerdì s’è attestato (in risalita) a quota 264. Sedici punti in meno in cinque tribolatissimi mesi di scelte e di molti rinvii, ma dopo essere sceso nei momenti migliori anche sotto l’asticella dei 230. Intanto la Spagna ci ha di nuovo superato. Letta aveva giurato alle Camere che contro Golia (la crisi) avrebbe fatto come Davide (usando la fionda). Immagine plastica di un certo ottimismo, considerata la realtà dei mercati.

«Colpa dell’instabilità politica», tuona da settimane Letta accusando il fronte pidiellino, ora tornato a essere forzista come ai tempi del Berlusconi 1 del 1994. Allora, diciannove anni fa, lo zio Gianni (Letta) era a palazzo Chigi sottosegretario alla presidenza, l’altro ieri a palazzo Chigi è salito al primo piano per dire chissà cosa al nipote premier. Già un annuncio che le colombe di Pdl-Fi avevano perso la partita e che per il Governo tra diversi era finita?

Eppure l’Europa, e la stessa posizione presa da Letta nei confronti della Ue per cercare di ribaltarne le ricette anti-crisi che spezzano alla radice anche le più piccole chance di ripresa, è stata subito la sua stella polare. Necessaria, indispensabile per far ritrovare all’estero fiducia nell’Italia. Non è stato un caso l’immediato road show del neo eletto premier nelle capitali europee che contano già il giorno dopo la fiducia delle Camere: da Angela Merkel il 30 aprile, a Parigi da Holland e a Bruxelles da Van Rompuy il giorno dopo, e a seguire dal premier spagnolo Rajoy, fino ad incontrare il segretario di Stato statunitense John Kerry a Roma. Con Obama, la vetrina su cui tanto contava per il vero road show pro-Italia, l’appuntamento dei giorni scorsi doveva essere decisivo. Poi il ribaltone del Pdl e l’annuncio delle dimissioni dei parlamentari berlusconiani solidali con il loro leader ormai in odore di “condanna” e di decadenza per il verdetto della giunta delle elezioni del Senato di venerdì 4 ottobre, nel giorno del santo d’Assisi venerato da papa Francesco. Un viaggio, quello negli Usa, finito con una figuraccia internazionale: «Non sono stato umiliato io, è stato umiliato il Paese», ha tuonato Letta. Che da lì ha rotto gli indugi ed è passato al contrattacco politico. «Da Berlusconi un gesto folle e irresponsabile», non s’è certo tirato indietro ieri.

D’altra parte, lo aveva sempre detto: «Non mi farò logorare». «Non sto incollato alla poltrona». E non a caso di nuovo in questi giorni ha rilanciato contro il Pdl (e non solo): «Non possiamo essere io e Napolitano i parafulmini». Ma certo le acrobazie politiche le ha dovute fare, eccome, Enrico Letta in questi cinque mesi. Temprato alla scuola di giovane allievo di un maestro come Beniamino Andreatta, studi economici, democristiano di nuova generazione e poi via via la scalata fino alla nascita del Pd. Il partito, altra sua croce di questi mesi. E delle settimane che verranno, con quel socio scomodo sindaco di Firenze, Matteo Renzi, e una forza politica a caccia di identità.

Letta il suo orizzonte a palazzo Chigi l’aveva previsto formalmente breve: 18 mesi. Anche se poi quello che aveva raccontato, e messo per iscritto, nel discorso per la fiducia in Parlamento, lasciava intuire che, ma sì, la piccola speranza di allungare i tempi c’era. Altro che primavera del 2015. «Non ho intenzione di vivacchiare a tutti i costi», aveva scandito per la prima volta. E ripetuto più e più volte nei mesi dopo. Tra il serio e il faceto, chiaro. Ma quel programma si presentava robusto, eccome. Per dire: le riforme istituzionali, altro che un anno e mezzo per farcela. E poi lo stop al finanziamento pubblico ai partiti. Il tira e molla sull’Imu (che ora resta in sospeso), quello sull’Iva, sulla Cig. Con tante spine che giorno dopo giorno si aggiungevano nel cammino del Governo. Da ultimo il caso Telecom e la golden power in gestazione per la difesa dell’italianità della rete delle tlc, quello di Alitalia. Belle grane, ora tutte squadernate sulla sua scrivania. Ancora irrisolte, è chiaro.

D’altra parte il raccolto in Parlamento, dopo la semina di questi mesi, non è stato esattamente all’altezza. Certo un successo è stato lo sblocco (ma non ancora il pagamento) dei primi 40 miliardi in due anni per rimborsare i creditori della Pa. Poi il decreto “del fare”, piccola cosa però rispetto ai bisogni del rilancio e della ripresa italiana. Ma per dire: lo stop ai soldi ai partiti è bloccato. L’abolizione delle province in Parlamento è una desaparecida. Il triangolo Iva-Imu–Cig è un rompicapo assoluto.

L’occupazione non cresce, anzi. Le nuove semplificazioni anti-burocrazia in Parlamento non fanno un passo. Un’agonia parlamentare. Con quella cancellazione del porcellum che è diventata una favola per i posteri. Contro l’apriscatole dell’odiato Beppe Grillo, la promessa era di usare l’apriscatole. Chissà che quella sparatoria davanti a palazzo Chigi il giorno del suo insediamento non sia stato un cattivo segno. Lo stesso caso kazako col contorno di spioni deve aver fatto riflettere. Certo Davide contro Golia deve ancora faticare parecchio per farcela. «L’Italia non è più dietro la lavagna», la soddisfazione espressa a suo tempo dopo l’uscita concessa dalla Ue all’Italia dalla procedura d’infrazione. Ma ora, dietro la lavagna, rischiamo di tornarci. «Colpa dell’instabilità politica», parola di premier.

 (Da Il Sole-24 Ore del 29 settembre 2013)

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