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I conti peggio delle previsioni. Possibile la manovra correttiva. L’Istat: il rapporto deficit/Pil tocca il 2,3%, la zavorra delle banche

Fabio De Ponte. Peggiorano i conti pubblici italiani rispetto alle stime a causa dei salvataggi bancari, che risultano avere un impatto più pesante del previsto. Lo rileva l’Istat, secondo la quale il rapporto deficit/Pil nel 2017 si attesta sul 2,3%, quattro decimi in più della prima ipotesi diffusa il primo marzo, mentre il debito/Pil vale il 131,8% (tre decimi in più in questo caso). Insomma scendono (valevano rispettivamente il 2,5% e il 132% nel 2016) ma meno del previsto. Viene rivisto anche l’alleggerimento delle tasse: la pressione fiscale, che era al 42,7% nel 2016 non scende al 42,4% ma al 42,5%.

Completano il quadro i dati sulla disoccupazione, che sono in chiaroscuro: scende il tasso generale, ma sale quello giovanile. Il primo a febbraio cala al 10,9% (-0,2 punti percentuali rispetto a gennaio), tornando ai livelli di dicembre 2017, che rappresentano i minimi da agosto 2012 (quando era al 10,8%). Ma il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni segna un aumento dello 0,3%, passando al 32,8% dal 32,5% di gennaio.

Nel pieno delle consultazioni per la formazione del nuovo governo, piombano così sulla politica dati tutt’altro che brillanti sullo stato della nostra economia.

A provocare una revisione al rialzo di deficit e debito è stata Eurostat, che ha segnalato all’Istat che, sui salvataggi bancari, andavano allargati i criteri su ciò che doveva essere considerato nel conto. E così sono spuntati nuovi numeri per queste missioni di soccorso pubblico agli istituiti di credito. L’operazione Mps (ricapitalizzazione e ristoro dei possessori di obbligazioni subordinate, rispettivamente nel luglio e nel novembre del 2017) vale circa 1,6 miliardi, dato rivisto al rialzo rispetto al precedente 1,1 miliardi. In più vengono contabilizzati per la prima volta gli effetti delle liquidazioni di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca per un valore di circa 4,7 miliardi. Complessivamente, le operazioni riguardanti le banche in difficoltà hanno aumentato quindi il deficit per circa 6,3 miliardi nel 2017.

Sul debito l’operazione di salvataggio delle banche venete ha pesato invece per 11,2 miliardi: 4,8 miliardi connessi con il versamento a Intesa Sanpaolo che ha inglobato le parti sane degli istituti, e 6,4 miliardi con la riclassificazione delle passività e le garanzie poste da via XX Settembre.

La domanda ora è: il peggioramento dei saldi di finanza pubblica costringerà il nuovo esecutivo a una manovra correttiva? Per il momento la Commissione europea non si sbilancia e si limita a «prendere nota – riferisce un portavoce – dell’impatto sui conti pubblici italiani dalla liquidazione delle due banche venete, come stima Eurostat in cooperazione con Istat». Dopo di che «valuterà la situazione di bilancio italiana a maggio, basandosi sui dati finali di Eurostat e sulle previsioni economiche di primavera».

La questione però è sul tavolo, perché già la gestazione dell’ultima manovra era stata segnata da un continuo scambio di carte tra Roma e Bruxelles, con il ministro Pier Carlo Padoan che aveva ottenuto uno sconto sulla riduzione del deficit strutturale da sei decimi di punto a tre e la Commissione che lamentava di non aver visto neanche quei tre.

È vero però anche che Bruxelles un anno fa aveva previsto un debito abbondantemente sopra il 132% del Pil per l’Italia nel 2017 (e invece ha avuto ragione il governo, abbassando il parametro grazie alla crescita) e che, secondo le stesse regole europee, i costi del sostegno alle banche sono considerati una misura una tantum e quindi esclusa dal computo del saldo strutturale. Perciò non dovrebbero contare ai fini del rispetto dei parametri europei.

Sullo sfondo poi restano la questione del disinnesco delle clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento di Iva e accise dal prossimo anno per 12,5 miliardi, e quella del costo delle promesse elettorali dei partiti che hanno vinto, il reddito di cittadinanza e la flat tax.

Insomma il confronto tra Roma e Bruxelles potrebbe presto tornare ad accendersi.

La Stampa – 5 aprile 2018

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