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I laureati lavorano (ma in Italia sono 1 su 5). Nuovo rapporto Almalaurea: il 90% di chi termina l’università trova un posto nel giro di 5 anni. Ma solo un manager su 4 è «dottore»

La media europea è del 54%. All’estero con il titolo si guadagna il doppio Nonostante la crisi, la laurea resta un asso da giocare al tavolo del lavoro, ma questo non rende sempre più facile il cammino dei nostri giovani più istruiti. Forse solo quelli che si laureano oggi vedranno luce in fondo al tunnel. Chi invece la tesi l’ha discussa nei peggiori anni dell’economia italiana, è rimasto nel pantano.

È la prima evidenza che emerge dal XVII Rapporto annuale di Almalaurea, il consorzio interuniversitario cui aderiscono 72 università. Dopo aver intervistato 490mila ragazzi a uno, a tre e a cinque anni dalla fine degli studi, i ricercatori hanno sintetizzato così la «Condizione occupazionale dei laureati»: un anno dopo aver chiuso i libri, lavorano 66 laureati triennali e 70 magistrali su cento, e il 49% di «magistrali a ciclo unico» (architettura, farmacia, giurisprudenza, medicina, veterinaria). Cinque anni dopo l’occupazione, indipendentemente dal tipo di laurea, è prossima al 90%, anche se risulta in calo rispetto al passato. Il che conferma che il nostro è un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento, ma efficace nel lungo termine.

Rispetto all’ultima analisi, il dato positivo è la lieve contrazione del tasso di disoccupazione per i laureati 2013: mezzo punto percentuale in meno rispetto a chi ha discusso la tesi nel 2012. Un’inversione di tendenza dovuta — secondo Francesco Ferrante, docente di Economia Politica e membro del comitato scientifico di Almalaurea — al mutato scenario macroeconomico. La ripresa porterà poi ulteriori miglioramenti; non, però, per quelle sette classi di giovani laureati tra il 2007 e il 2013: «L’impatto della crisi è irreversibile, studi americani lo quantificano in 80mila dollari persi nell’arco della vita lavorativa», sostiene Ferrante. Chi è uscito dall’università «nel momento sbagliato», ha cercato un impiego per più tempo, si è dovuto accontentare, ha avuto un avvio di carriera più accidentato e meno opportunità.

Certo, con la laurea si minimizzano i danni, dice Andrea Cammelli, fondatore di Almalaurea. A cavallo della recessione, il differenziale tra il tasso di disoccupazione di neolaureati e neodiplomati è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali, a conferma delle migliori opportunità lavorative dei primi rispetto ai secondi. E le performance restano migliori nel tempo, sia in termini di opportunità di impiego (75,7% di occupati, tra i primi, contro il 62,6%) che retributive (fatto 100 il guadagno dei diplomati, i laureati guadagnano circa il 50% in più).

Ma i nostri laureati sono ancora troppo pochi: tra i 55/64enni il 66% ha al massimo la scuola dell’obbligo: tra i 25/34enni i dottori sono 22 su cento, contro il 37% degli europei e il 39% della media Ocse.

C’è poi l’Italia che non trova attrattiva l’Italia: quell’8% di energie fresche che scelgono altri Paesi perché altrove si lavora e si guadagna di più. Il doppio, per essere precisi. Una perdita secca per il nostro sistema produttivo e un contributo positivo al Pil di altre nazioni. Ma se non va letto come una sconfitta il fatto che i nostri giovani trovino opportunità nel mondo, quello che preoccupa — dice Ferrante — è l’inesistenza di un «effetto specchio»: siamo totalmente in-attrattivi verso chi si laurea fuori dai nostri confini. Un mercato del lavoro meno favorevole che altrove per i laureati: prevalgono gestione familiare (66%, contro 36% di Spagna e il 28% della Germania), modesto livello d’istruzione degli imprenditori, limitata capacità di innovazione e internazionalizzazione». «Solo un manager su 4 ha una laurea, contro il 54% della media europea e il 68% della Francia», dice Ferrante. Che cita uno studio recente di Bankitalia: un manager laureato assume tre volte più laureati di uno che non lo è. Rimedi? Una politica industriale che migliori il sistema produttivo. E più investimenti in un settore strategico come quello dell’istruzione: la carenza di risorse destinate al sistema universitario (l’1% del Pil) è un freno allo sviluppo del capitale umano: «È come se un contadino intento a prepararsi per un grande raccolto risparmiasse sui semi», dice Cammelli.

C’è poi il non lusinghiero capitolo di genere: tra i magistrali biennali lavora il 78% delle donne e l’85% degli uomini e gli occupati maschi possono contare più spesso su un posto sicuro (77 contro 64%) e su retribuzioni più alte del 21%.

Antonella De Gregorio – Il Corriere della Sera – 17 aprile 2015 

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