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I lupi sono arrivati alle porte delle città. Un esemplare di 18 mesi ucciso da un’auto alla periferia di Torino

di Carlo Grande. La carcassa di un lupo in un prato vicino ad Airasca, quasi alla periferia di Torino: l’hanno trovata ieri gli uomini del Servizio Tutela Fauna e Flora della Provincia, in seguito alla segnalazione di un automobilista che l’aveva travolto sulla «provinciale». E’ un giovane maschio di un anno e mezzo, vederlo lì, nella pianura vicino a un grande centro urbano, ha stupito gli esperti.

Fra paure e fantasie

Il lupo alle porte delle città? E’ difficile guardarlo oggettivamente, ma non bisogna trasformarlo in un santo o in un peccatore. E’ un animale totemico, ancestrale, simbolico. Catalizza tutte le nostre paure di gregge e le nostre fantasie di libertà, tutte le malinconie di individui e di membri del branco. Ma anche così, investito come un qualsiasi pedone, tra i paracarri e i campi decaduti intorno a una metropoli, bisogna sforzarsi di guardarlo per quello che è, un predatore con spirito di adattamento formidabile, in grado di trottare per chilometri quando il branco è troppo folto e il territorio troppo piccolo e cercare nuovi territori e prede nella terra di nessuno.

Lo fanno i giovani maschi ed è successo all’esemplare trovato in queste ore, a meno che qualcuno lo abbia ucciso altrove e portato lì. Fra i 12 mesi e i tre anni di età i lupi vengono espulsi dal branco e vanno in cerca di nuove terre dove accoppiarsi e creare altri «pack», altri branchi.

«Wild pack»

The «wild pack», the «wild bunch», direbbero gli americani. Altrettanto cruenta, in zone di antropizzazione spinta, è la loro fine. Però non tendono agguati agli uomini, sia chiaro, non ti aspettano nel folto per aggredirti. Girano alla larga. Ciò non toglie che vadano controllati, affinché nessuno soccomba nell’atavica guerra con i pastori. Esistono i rimborsi, esistono cani da guardia con collari anti-lupo, esistono recinti elettrificati.

Certo stanno aumentando, nella nostra civiltà opulenta: è un effetto domino che riguarda molte specie. Si moltiplicano i caprioli, i cinghiali e le cornacchie, crescono gli scarti della civiltà (i lupi sono in grado di rovistare fra le immondizie), si moltiplicano i piccioni e i ratti, i lupi no? Il lupo fa semplicemente il suo mestiere: cerca di sopravvivere.

Se arriva vicino alle città non si pensi alle vecchie stampe di Rigoni Stern nella «Storia di Tönle», quelle con la caccia all’orso e i lupi che assaltano la slitta.

Trovare il figlio della notte così in basso è raro e sorprendente, ma è il segnale che il territorio consente anche a una specie che fugge l’uomo di insediarsi o transitare nelle aree più antropizzate. Il lupo riconquista il territorio: si diffondono i grandi erbivori come i caprioli, il lupo li segue.

Dunque, nessun allarme ma gestione oculata, senza isterismi. Il lupo non va né santificato né scomunicato. Persino negli Stati Uniti, pochi giorni fa, dal New York Times è arrivato un segnale simile: ci si chiedeva se il lupo fosse davvero un eroe americano, visto che gli si addebitava ingiustamente il declino degli alci a Yellowstone, dovuto invece a fattori umani.

Quello di Airasca aveva imparato a trottare fra auto e tangenziali, a nascondersi e frugare nei cassonetti. A barcamenarsi, come tutti. Come un nobile decaduto da film, che gira con stuzzicadenti e pancia vuota per far vedere che ha mangiato.

La Stampa – 12 marzo 2014 

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