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I nuovi Pfas all’orizzonte: la gestione in New Jersey come faro per il controllo delle problematiche in chiave della loro riduzione e sostituzione: dal C6O4 all’ADV

La questione PFAS rimane assolutamente aperta e, in un contesto internazionale sarebbe opportuna affrontarla con politiche di riduzione e sostituzione allineate alle migliori esperienze e conoscenze disponibili.   Un autorevole e trasparente dibattito istituzionale con le parti interessate, sostenuto da analisi estese a matrici ambientali, alimentari e di bio-monitoraggio non solo mirate ai PFAS conosciuti e in gran parte superati tecnologicamente,  supportate da una non ristretta disponibilità di standard analitici (vedi la loro rilevanza per l’autocontrollo) è di sicuro il metodo da seguire. Questo metodo è già ben delineato nelle politiche US-EPA e Commissione Europea, e richiede una attivazione sui territori non solo a livello di impianti di produzione dei PFAS, ma anche per quelli di utilizzo e di smaltimento, soprattutto se concentrati in determinate aree a vocazione industriale. L’esperienza del New Jersey viene portata ad esempio.

I nuovi PFAS emergenti

Tra i nuovi PFAS sintetizzati e utilizzati per la produzione di Fluoropolimeri, ci sono il C6O4 e i cosiddetti “Cloro-PerFluoroEteri carbossilati (ClPFPECAs), pensati quali alternative fluorurate in sostituzione dei PFAS a lunga catena, dotati di maggiore bio-accumulo.

I ClPFECAs sono stati utilizzati fino a giugno 2021 nello stabilimento  Solvay a West Deptford, NJ per la produzione di fluoropolimeri, e, con molta probabilità,  sono stati prodotti in Italia.

Di fatto i ClPFECAs sono formulati come miscele di congeneri in forma oligomerica, che si differenziano tra loro per il numero atomi di carbonio, di gruppi etilici e propilici.  La loro prima caratterizzazione è avvenuta proprio analizzando in modalità “untarget” (ovverossia in mancanza di uno standard di riferimento) le acque superficiali e a seguire l’aria e i  terreni in vicinanza dell’impianto industriale a West Depfort  (Wang et al., 2013 Washington et al.,2020).

Quali sono i ClPFECAs utilizzati nelle produzioni Solvay?

Le indagini effettuate in New Jersey nelle vicinanze dello stabilimento hanno identificato i seguenti congeneri come primari, seguiti da una serie di composti declorurati a concentrazioni notevolmente inferiori, come si può osservare nella tabella 1 dell’allegato.

Il destino ambientale nel biota

Le indagini che si stanno effettuando sui pesci di acqua dolce di cattura (in corso di pubblicazione), indicano preliminarmente che nel biota il profilo dei congeneri presente nelle acque superficiali viene modificato, per le differenti caratteristiche di bioaccumulo dei vari congeneri: in particolare, il potere di bioaccumulo nel fegato sembra addirittura 10x rispetto a quanto già noto per il PFOS.

Biomonitoraggio ed effetti tossici nell’uomo

Gli studi di biomonitoraggio occupazionali negli impianti di sintesi del ClPFECAS fuori da USA-NJ (probabilmente gli impianti italiani di SM – Spinetta Marengo e BL = Bollate), condotti tra il 2011-2019 e che hanno coinvolto per anno dai 65 ai 443 lavoratori, indicano una emivita di 2,5-3,0 anni, in linea con quelli del PFOA. Tuttavia, poiché nella miscela ci sono molecole a maggiore numero di atomi di carbonio, è ragionevole prospettare che per alcuni ClPFECAs, la capacità di bioaccumulo sia maggiore rispetto al PFOA e ai ClPFECAS a più corta catena di atomi carbonio. Il livello massimo nel sangue ha superato i 14 ppm (microgrammi/mL).

Nelle prove sperimentali di tossicologia sui ratti tra l’altro, si è notato un aumento della lipidemia, e degli enzimi epatici, una diminuzione delle gammaglobuline, e modifiche nella omeostasi ormonale.

La gestione del rischio

Sulla base delle evidenze, acquisite mediante analisi in spettrometria di massa ad alta risoluzione “untarget”, ovverossia in assenza di standard certificati di riferimento analitico, US-EPA del New Jersey ha attivato un tavolo di confronto con la ditta, chiedendo e ottenendo le informazioni analitico-tossicologiche e gli standard di riferimento riferiti ai ClPFECAs utilizzati nello stabilimento a West Depfort.

Nell stesso frangente di tempo, Solvay ha annunciato, appunto da giugno 2021 la interruzione dell’uso di PFAS nella produzione di fluoropolimeri negli Stati Uniti, mediante la loro sostituzione con nuovi composti  Hylar® 5000S and Tecnoflon® LX.

In base alle informazioni ricevute da Solvay USA, la Agenzia EPA del New Jersey ha deliberato su dei limiti dei ClPFECAs nelle acque sotterranee, equiparate alle acque potabili, per la possibilità di utilizzare i pozzi quale approvvigionamento (NB, per legge le acque sotterranee devono avere lo status di potabilità, in quanto costituiscono un bene naturale prezioso).

In attesa di conoscere i fattori di trasferimento della contaminazione dall’ambiente alla filiera alimentare, US EPA NJ ha ritenuto l’acqua quale fattore di esposizione principale a tali composti per la popolazione che non riconosce un rischio lavorativo: nella tabella 2 dell’allegato i limiti posti ad interim ai ClPFECAs, come somma di sostanze differenti nella formula, espressi in microgrammi/Litro nelle acque di falda nel New Jersey.

I riflessi sulla situazione italiana. Il caso Piemonte

Le fonti di informazioni sulla produzione di ClPFECAs e C6O4 vengono dal sito della Provincia di Alessandria, consultabile, per quanto riguarda la procedura AIA per l’ampliamento della produzione di C6O4 nello stabilimento di Spinetta Marengo.

Le informazioni analitiche sui ClPFECAs risultano ad oggi limitate ad un solo componente della miscela, il composto N2  chiamato con il nome commerciale ADV;  in base alle risultanze analitiche negli scarichi e nelle deposizioni atmosferiche fatte da ARPA, il composto N2, è a più basso peso molecolare, e quindi a più ridotto bio-accumulo rispetto agli altri ClPFECAs.

La Regione Piemonte a fine 2021 ha legiferato sulla presenza di ClPFECAs nelle acque di scarico nel Bormida, senza peraltro rendere note le informazione disponibili a supporto degli aspetti analitici e tossicologici che hanno portato a tale definizione di limiti.  Risulterebbe poi estremamente appropriato pensare al bilancio di massa, computando anche la portata degli scarichi rispetto al bacino idrico accettore e alla fruibilità della acque ad esempio per uso idro-potabile o/e irriguo.

Inoltre, la disponibilità degli standards analitici risulterebbe ristretta ai soli organi di controllo per attività ambientali, laddove ci siamo riferimenti legislativi, con la preclusione di analisi alimentari, tossicologiche e di biomonitoraggio umano, di interesse collettivo laddove il rilascio ambientale di tali sostanze, per le loro caratteristiche di persistenza, mobilità, e tossicità, valica i confini dello stabilimento, e per il C6O4 ha interessato anche il delta del Po, come da riscontri della Regione Veneto. (vedi le tabelle  3 e 4 dell’allegato)

Anche se l’Azienda ha annunciato la cessazione nei prossimi mesi della produzione di ADV (come singolo composto, o come miscela di ClPFECAS?)  a partire dal 2022 nell’impianto di Spinetta Marengo, a favore di una maggiore produzione di C6O4, rimangono comunque gli interrogativi relativamente all’impatto ambientale, alimentare, e sanitario, a partire dal 2013, tenendo presenti le quantità prodotte e rilevate negli effluenti, e la capacità di bioaccumulo di alcuni congeneri della miscela a massa molecolare ben più alta del composto N2.

In questo, in modo assolutamente prospettico per gli aspetti alimentari e sanitari, la Regione Piemonte ha inteso avviare una indagine sugli alimenti prodotti nelle vicinanze dell’impianto, segnatamente latte bovino e uova, avvalendosi di un laboratorio della rete degli II.ZZ.SS. ad altissima specializzazione per analisi “untarget” di PFAS. Le evidenze già presentate da parte del CNR IRSA di Brugherio, riguardo alla presenza del composto C6O4, più polare  e meno bioaccumulabile rispetto ai ClPFECAs, nelle uova di storni nelle vicinanze di un “non meglio indentificabile” stabilimento di fluoropolimeri nel Nord Ovest dell’Italia, non depongono a favore di un mancato interessamento di rilevante portata delle filiere alimentari impattate, e in prospettiva delle catene trofiche.

Conclusioni

Alla luce di quanto messo a disposizione come conoscenza dalle Autorità US EPA del New Jersey, e dalla loro interlocuzione positiva con Solvay USA, la questione PFAS rimane assolutamente aperta, e in un contesto internazionale sarebbe opportuna affrontarla a livello territoriale con politiche di riduzione e sostituzione allineate alle migliori esperienze e conoscenze disponibili.

Un autorevole e trasparente dibattito istituzionale con le parti interessate, sostenuto da analisi estese a matrici ambientali, alimentari e di biomonitoraggio (non solo mirate ai PFAS conosciuti e in gran parte superati tecnologicamente),  supportate da una non ristretta disponibilità di standard analitici (vedi la loro rilevanza per l’autocontrollo) è di sicuro il metodo da seguire.

Questo metodo è già ben delineato nelle politiche US-EPA e Commissione Europea, e richiede una attivazione sui territori non solo a livello di impianti di produzione dei PFAS, ma anche per quelli di utilizzo e di smaltimento, soprattutto se concentrati in determinate aree a vocazione industriale.

 

ALLEGATO TABELLE – I quadri normativi  nelle acque di falda ad uso potabile in New Jersey, e quelli nelle acque di scarico nei corpi idrici superficiali in Piemonte.

 

Nelle immagini: 
– Portata dello scarico nel Bormida
– Sorgenti di rilascio ambientale dei PFAS che impattano su ambiente, alimenti, e salute: da EU Commission  PFAS strategy 
– Impianto Solvay in New Jersey e formula di struttura base dei ClPFECAs 
– Lo stabilimento Solvay in provincia di Alessandria
Riferimenti:  https://www.state.nj.us/dep/wms/bears/gwqs.htm

 

(A cura della redazione del Sivemp Veneto – riproduzione ammessa solo citando la fonte)

1 febbraio 2022

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