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I terreni agricoli perdono valore. Crollo delle compravendite (40% in 10 anni). Richieste di affitto in aumento

La Proprietà fondiaria segnala un boom di locazioni al nord con contratti lunghi e una situazione stagnante al sud dove le aziende chiudono. In attesa che vada in porto (a settembre) l’operazione di dismissione dei terreni pubblici (5.500 ettari del Demanio, del Corpo forestale e del Cra) che il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, ha accelerato con la firma a fine luglio di un decreto interministeriale, si fanno i conti con i ribassi delle quotazioni delle aree agricole.

L’ultimo rapporto dell’Inea infatti segnala un’ulteriore flessione dei listini che viaggiano su una media di 20mila euro a ettaro, con picchi fino a 200mila nelle zone di particolare pregio. E a perdere valore sono soprattutto le terre del Sud. L’effetto della crisi si avverte poi, così come accade per le case, sulle compravendite dei fondi che dal 2004 sono diminuite di oltre il 40 per cento.

Secondo l’Inea nel 2013 il calo è stato dello 0,4% rispetto all’anno precedente, ma è l’ennesimo risultato negativo che si registra ormai da anni. Sul calo delle quotazioni ha anche influito il cambio di marcia sulle agroenergie, in particolare per il fotovoltaico che in molte regioni, soprattutto in Puglia, aveva favorito l’impennata dei prezzi.

C’è invece un sempre crescente ricorso all’affitto. In Italia la superficie in affitto rappresenta oggi il 38% del totale e ha raggiunto i 4,9 milioni di ettari, con un aumento di oltre il 60% dal 2000. Con un andamento a due velocità. A «tirare» sono infatti il nord-ovest e il nord-est con la richiesta di terreni da parte delle aziende zootecniche a caccia di terreni per lo spandimento degli effluenti necessari al rispetto dei vincoli comunitari. Mercato invece stagnante nel Sud, dove la crisi ha spazzato via le piccole aziende e il ricambio generazionale è lento. Intanto però per la prossima annata sono in vista ritocchi ai canoni. L’appesantimento fiscale, sottolinea Antonio Oliva, direttore della Federazione nazionale della Proprietà fondiaria, inevitabilmente finirà per scaricarsi sugli affittuari. È per questo che la Proprietà fondiaria chiede di non penalizzare troppo proprietari ed enti. A causa della crisi, ma anche del credit crunch, molti imprenditori sono stati spinti a investire non tanto sulla terra quanto in strutture e attrezzature finalizzate a valorizzare l’attività imprenditoriale. E se non si acquista, il ricorso all’affitto è una strada obbligata perchè la competitività si gioca sulla dimensione aziendale. Oliva segnala anche il rafforzarsi di contratti di locazione di lunga durata «legati – spiega – a progetti condivisi di proprietari e affittuari che prevedono miglioramenti fondiari. Il fenomeno si riscontra soprattutto al Nord dove i contratti arrivano anche a 15 anni». Numerosi anche i contratti di breve durata, spesso funzionali a garantire i requisiti per l’accesso a finanziamenti come quelli dei Piani di sviluppo rurale. Quanto ai costi dei canoni, al Nord si raggiungono 850 euro a ettaro per i seminativi. Il problema – ribadisce il direttore dell’associazione – non è però legato ai costi quanto alla burocrazia che rappresenta il vero impedimento: «uno dei freni – dice Oliva – è la prelazione dell’affittuario, su questo fronte dovremmo aprire di più».

Il Sole 24 Ore – 23 agosto 2014 

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