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I palazzi Inps svenduti per «errore» e ripresi in affitto

«Ripassi a settembre 2016». Che un giudice fissi la prima udienza di una causa dopo quasi cinque anni, visto lo stato in cui versa la nostra giustizia civile, non fa quasi più notizia. Lo diventa, però, se il processo riguarda un affare nel quale i contribuenti italiani ci hanno rimesso, dice la Corte dei Conti in una sentenza appena pubblicata, un bel mucchio di milioni. Almeno 16.

Come hanno fatto? Vendendo a Oristano un immobile di proprietà dell’Inpdap, l’ente di previdenza dei dipendenti pubblici ora integrato nell’Inps. Tutto comincia nel 2003, l’anno in cui impazzano le famose cartolarizzazioni. Il primo dicembre quel palazzo di otto piani, dove hanno sede l’Agenzia delle Entrate e l’Inps di Oristano, viene aggiudicato all’asta a un gruppo imprenditoriale campano che fa capo alla famiglia Ragosta. È l’unica offerta arrivata, e il prezzo non si può certamente definire astronomico: 3 milioni 67 mila 755 euro. Come ci si è arrivati? Partendo da una valutazione fatta prima dell’euro dal consorzio che ha curato l’operazione, ritenuta dalla Corte dei Conti a dir poco «incongrua». Cioè 8miliardi 769 milioni di vecchie lire: «Cifra inferiore di ben 678 milioni rispetto al valore catastale e di oltre due miliardi di lire perfino al prezzo d’acquisto risalente al 1986 (anno in cui l’ente pubblico l’aveva comprato) », scrivono i giudici contabili. Aggiungendo che quegli 8,7 miliardi di lire equivalevano a quattro anni di affitto sulla base dei contratti in essere al momento con gli enti pubblici che occupavano gli uffici. Il palazzo fa parte di un complesso moderno composto da più stabili. In gergo è definito «torre B», ed è collegato a un palazzo gemello, la cosiddetta «torre A» da un immobile più basso, chiamato «piastra E». Ma soltanto quello è nell’elenco dei beni «cartolarizzati »: gli altri due non sono in vendita. Dopo il rogito, invece, salta fuori un particolare imbarazzante. Le particelle catastali citate nel contratto di vendita comprendono tutto quanto: dunque non soltanto la torre B, ma pure torre A e piastra E. Perché nessuno se n’era accorto prima? Mistero, come al solito. A quel punto, però, la frittata è fatta. Lo Stato ha privatizzato tre palazzi al prezzo di uno. Un vero affare: ma solo per chi ha comprato. E qui comincia un’incredibile vicenda giudiziaria. L’Inpdap fa ricorso al Tribunale civile, che nel 2011 (otto anni dopo i fatti!) gli dà ragione, imponendo la restituzione all’ente pubblico dei due palazzi venduti «per errore» al privato. Il quale, ovviamente, fa ricorso. Con successo: il 26 novembre del 2011 la Corte d’appello sospende l’«esecutività» della sentenza di primo grado, bloccando così la restituzione dei due immobili, in attesa di giudicare nelmerito. Direte: sarà questione di giorni, considerata anche l’importanza della faccenda. Macché. I giudici decidono di prendersela comoda. E fissano la prima udienza, udite udite, per il mese di settembre del 2016. Cinquantotto mesi dopo. Nel frattempo tutto il complesso resta ai privati, che continuano a intascare anche gli affitti dell’Inps e dell’Agenzia delle Entrate. Nemmeno la Corte dei Conti, però, resta con le mani in mano, e nel 2010 inizia un procedimento per danno erariale. I conti sono spaventosi. I magistrati contabili parlano di un danno di 16 milioni 211.156 euro e 83 centesimi: 9milioni 944 mila euro è il valore dei due palazzi ceduti «per errore»; 3 milioni 935.245 euro è la differenza fra il prezzo incassato e la stima dell’Agenzia del territorio di Oristano, per cui la torre B valeva 7 milioni 3 mila euro; 2 milioni 331.911 euro e 83 centesimi sono gli affitti non incassati dallo Stato e riscossi invece dal privato. La causa parte all’inizio del 2010 e l’anno scorso si conclude con la condanna in primo grado di un dirigente dell’Inpdap a pagare 1,8 milioni di euro. La sentenza viene emanata il 24 maggio del 2011, ma viene depositata in segreteria il 21 maggio del 2012: un anno dopo! Per dovere di cronaca va ricordato che a marzo di quest’anno sui Ragosta, proprietari fra l’altro di alberghi a Taormina e in Costiera amalfitana, imprese siderurgiche emarchi industriali noti come quello dei biscotti Lazzaroni, si abbatte un’inchiesta della magistratura che con accuse pesantissime (fra cui riciclaggio) sfocia nel sequestro di beni per una somma enorme. Compresi gli immobili oggetto della contesa. Va anche precisato che le accuse più gravi e infamanti, secondo quanto ha riportato l’Ansa, sono poi cadute. Dal 26 marzo, sul sito Internet aziendale compare intanto questo comunicato: «Il Gruppo Ragosta comunica che l’attività operativa continua nella più completa normalità e sotto la gestione degli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Napoli ». Un consiglio a chi pensa di abbattere il debito pubblico vendendo il patrimonio: se deve andare come a Oristano, meglio lasciar perdere.

blog Ncc news – 3 giugno 2012

 

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