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Il caso. La peste suina viaggia nel panino. La Svizzera corre ai ripari: cestini chiusi e recinzioni nelle aree di sosta autostradali. Diciassette quelle “a rischio” nella zona italiana

La peste suina africana potrebbe arrivare in Svizzera passando da un’area di sosta autostradale. Il virus – che, lo ricordiamo, non è pericoloso per gli esseri umani – può infatti sopravvivere nei prodotti alimentari a base di carne di maiale, come il prosciutto crudo o il salame. È quindi sufficiente un panino mangiato a metà gettato sul bordo dell’autostrada perché un cinghiale locale possa contrarre la malattia e trasmetterlo poi ad altri esemplari.

“Attenzione. Peste suina in Europa. Non lasciare resti alimentari”. Tale avvertimento è dunque già presente in molte aree di sosta lungo le autostrade elvetiche. Ora i ricercatori dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL) hanno stabilito quali sono quelle in cui è necessario prestare più attenzione. Ebbene, a livello nazionale sono 57 le aree di sosta dove c’è un alto rischio di trasmissione. Di queste, 19 sono situate in Ticino e nel Moesano.

Punti di contatto coi cinghiali

I ricercatori hanno identificato i luoghi a maggior rischio di introduzione del virus in Svizzera, basandosi sulla distribuzione dei cinghiali e identificando i percorsi automobilistici più utilizzati. Il risultato? Le aree di sosta situate a nord della trafficatissima A1 da Ginevra a San Margrethen confinano in particolare con dense popolazioni di cinghiali e sono quindi probabili siti di introduzione del virus. Lo stesso vale per diverse aree di sosta sulla A2 in Ticino.

Un virus devastante per gli allevamenti

La malattia è già presente intorno alla Svizzera. Sono infatti stati trovati cinghiali infettati in Italia, Belgio (al confine con la Francia) e Germania. La scorsa primavera – lo segnala il WSL – si è verificato un focolaio in un allevamento di suini domestici nel Baden-Württemberg, vicino al confine con la Svizzera.

Gli animali infettati sviluppano febbre alta e muoiono entro sette-dieci giorni. E al momento non esiste né una cura né un vaccino. Un’infezione risulta essere devastante per gli allevamenti di suini domestici. “Per questo motivo dobbiamo capire come il virus si diffonde, quali vie percorre per raggiungere la Svizzera” afferma Rolf Grütter, responsabile del gruppo di ricerca del WSL, interpellato dalla RSI.

Dalla ricerca che identifica i possibili punti d’importazione della malattia, emerge anche quali siano i comuni in cui è più elevato il rischio di diffusione negli allevamenti suini. In Ticino, per i maiali tenuti in recinti all’aperto si tratta di Bedigliora e Coldrerio (rischio medio-alto). Per gli allevamenti all’aperto si parla invece di Agno e Miglieglia (rischio elevato), e di Arogno (rischio medio-alto).

Cestini chiusi e recinzioni

Per cercare di evitare che il virus raggiunga il territorio elvetico (o comunque limitarne la diffusione), bisogna operare su più livelli, come ci spiega Grütter.

Le autorità dovrebbero provvedere alla posa di cartelli informativi e di cestini chiusi (che vanno inoltre svuotati più spesso), come pure all’installazione di una recinzione contro i cinghiali nelle aree di sosta (se non già presente). E va realizzata una campagna di sensibilizzazione indirizzata ad allevatori e popolazione.

Gli addetti alla pulizia delle aree di sosta dovrebbero invece segnalare alle autorità eventuali segnali relativa alla presenza di cinghiali. Agli automobilisti si chiede di smaltire i resti di cibo esclusivamente in cestini a prova di cinghiale. Gli allevatori dovrebbero tenere i suini domestici all’interno oppure posare una recinzione adeguata. Ogni caso sospetto della malattia va segnalata alle autorità. La popolazione, infine, è invitata a non toccare cinghiali morti e a segnalarli immediatamente.

La strategia ticinese

“È illusorio pensare che il Ticino prima o poi non verrà toccato”. Lo ha detto, lo scorso mese di luglio, il consigliere di Stato e capo del Dipartimento del territorio, Claudio Zali, presentando il manuale operativo di prevenzione e lotta alla malattia. Un manuale operativo elaborato alla luce della sempre più estesa diffusione del virus in Europa, con diversi casi – negli ultimi mesi – in Nord Italia.

Se il virus raggiunge un allevamento di suini, scatta il protocollo Malattie Altamente Contagiose (Keystone)

La strategia si suddivide in due fasi: quella preventiva (che è quella attuale) e quella di intervento, cioè alla comparsa della positività al virus.

La fase di prevenzione prevede fra l’altro di rafforzare l’informazione alla popolazione, affinché possa adottare i comportamenti corretti a ridurre il rischio di importare il virus. La fase di intervento mira a contenere la diffusione del virus: i cinghiali all’interno del perimetro interessato devono essere lasciati tranquilli, affinché non si spostino e quindi diffondano ulteriormente il virus. Verrebbe quindi ordinato il divieto di caccia e di utilizzo del bosco nella zona stabilita, come anche l’obbligo di rimanere sui sentieri e di tenere i cani al guinzaglio.

Se la malattia venisse scoperta in un allevamento, verrebbe invece avviato il protocollo federale Malattie Altamente Contagiose (MAC). Questo prevede il sequestro dell’azienda agricola e l’abbattimento di gran parte degli animali, in alcuni casi tutti.

Alla ricerca di un vaccino

Anche in Svizzera si sta nel frattempo cercando un vaccino contro la peste suina africana. Ci stanno lavorando gli esperti dell’Istituto federale di virologia e di immunologia. E si tratta di un lavoro molto complesso, come ha di recente spiegato ai microfoni della SRF il professor Artur Summerfield: “È un virus molto ‘grande’. Ha un genoma dieci vole più grande rispetto al coronavirus e non se ne sa ancora molto. Lo si conosce da molto tempo, ma c’è stata poca ricerca, perché non era mai stato un problema in Europa e in Occidente, essendo stato presente per molto tempo solo in Africa”.

La via più promettente sarebbe al momento quella dei cosiddetti “vaccini vivi”, ossia la somministrazione di virus indeboliti ma attivi. Dei preparati di questo tipo sono stati sviluppati in modo sperimentale, ma non sono ancora stati testati sufficientemente a livelllo di sicurezza. “Bisognerà aspettare ancora anni prima di poter utilizzare un preparato sicuro” ha detto ancora Summerfield.

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