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Il caso. Montegrotto, galline e pavoni venduti all’asta non si fanno catturare. Gli acquirenti costretti a lasciarli

Seicentotrenta e uno, seicentotrenta e due, seicentotrenta euro e tre. Quarantotto galline, due galli e due pavoni aggiudicati. Se li sono contesi in sei – e già questo non se l’aspettava nessuno – fino a un’offerta ai limiti del ragionevole, dati i prezzi di mercato. Ma il punto non è questo.

Il fatto è che i cinquantadue pennuti contesi ieri mattina sono parte della colonia di animali salvati da quella che era stata ribattezzata come la fattoria degli orrori di Albignasego. Maltrattati, senza cibo e senza cure, erano stati salvati, nell’estate del 2015, con un blitz dagli animalisti e affidati a miglior custodia, in attesa del processo al loro ex proprietario. Che però nel frattempo è morto.

Archiviato il processo, è rimasto il fascicolo in tribunale e un giudice, a dicembre scorso, ha stabilito che gli animali – nel frattempo adottati e rinati, grazie ad amorevoli cure – dovessero essere messi in vendita e strappati alla loro nuova vita, per ripagare le spese legali di questa brutta causa. Nel “pacchetto”, suddiviso in più aste, c’erano anche le galline, i galli e i pavoni che nel frattempo avevano trovato casa – e che casa – nei 20 mila metri quadrati di un’azienda agricola di Montegrotto, gestita dai fratelli Altissimo.

Niente gabbie, razzolamento libero, ruote pavoniche in totale libertà: quasi tre anni così. E poi, ieri mattina, alle nove e mezza, l’incredibile asta alla quale le associazioni animaliste, insieme ai nuovi proprietari, partecipano con il nobile obiettivo di non condannare gli animali a un nuovo trasloco, nel migliore dei casi. Il rilancio della Lac, però, si ferma a 620 euro, perché quelli sono i soldi a disposizione, raccolti con una colletta.

Una coppia giunta sul posto con furgone e gabbie, però, se li aggiudica a 630. Paola Turetta, portavoce della Lac, a momenti scoppia a piangere per la rabbia: «Non capisco cosa se ne fanno. Perché tanta cattiveria?».

Quello che succede dopo è il più classico dei colpi di scena. Pagati i 706 euro al banditore, i nuovi proprietari decidono di portarsi via subito i pennuti. Che però si dileguano nei 20 mila metri quadrati della loro fattoria. La caccia con il retino produce una sola cattura in mezz’ora. L’operazione si rivela faticosa.

E a quel punto è più facile giungere a un accordo. I fratelli Altissimo offrono 700 euro ai vincitori dell’asta, che rilasciano l’unica gallina catturata e se ne vanno con un mazzo di piume nel retino. Vittoria degli animalisti? Sì, ma con ingenti perdite.

«Abbiamo salvato questi cinquantadue», dice Paola Turetta, «ma non abbiamo più soldi per le prossime aste, che saranno molto presto». Alla prossima occasione sarà battuto il maiale Vittorio, 350 chili di simpatia e un nome che intendeva celebrare il successo contro i maltrattamenti. Scampato agli orrori di Albignasego, il suino è stato adottato da una fattoria didattica di Marcon, della quale è diventato simbolo.

E ora rischia di dover cambiare casa o di diventare salsicce. Perciò la Lac non si concede neppure il tempo di celebrare la parziale vittoria di ieri che deve subito lanciare una nuova colletta. Con contorno di constatazione amara: «Se il giudice non li avesse messi all’asta, tutto questo non sarebbe successo».

Cristiano Cadoni – Il Mattino di Padova – 22 febbraio 2018

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