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Il corsivo. La Bibbia? Il più grande libro di cucina mai scritto. La “divina abbuffata”, dalla mela proibita alle lenticchie di Esaù

Giacomo Poretti. Il nostro destino dipende da cosa mangiamo. L’uomo è quel che mangia. Forse qualcuno sarebbe tentato di pensare che solo la modernità ha portato con sé problemi, fastidi e disturbi legati al cibo; che intolleranze, anoressie, bulimie ed altri disturbi psichici si siano materializzati solo dal XX secolo. E invece no, appena l’umanità ha cominciato ad esistere e necessariamente a mangiare, oltre a ricavarne un piacere immenso, sono iniziati i guai.

Il titano Crono che si mangiava i suoi figli come lo vogliamo classificare tra i bulimici, o lo vogliamo indirizzare a una cura del reflusso gastroesofageo? Se volete sapere quanto sia importante mangiare bene dovete consultare… la Bibbia. Voi pensate che io stia dicendo delle stupidate, che la Bibbia parla di cose elevatissime e non si preoccupa di cose triviali e banali come il cibo. Se non rischiassi la scomunica potrei dire che la Bibbia è il primo e il più gran libro di cucina mai scritto.

La Bibbia è lunga 2577 pagine, e a pagina 5 noi uomini siamo già bell’e che rovinati: per colpa di una mela, mica di un brasato con la polenta… no, una mela, probabilmente una mela renetta. Ecco perché i bambini faticano a mangiare frutta e verdura: conservano un ricordo atavico di quando stavamo tutto il giorno in Paradiso a non fare niente, a giocare a calcio e mangiare hamburger con la maionese. Quindi mamme non riempite di scappellotti i vostri bambini quando vi dicono che la frutta è infida e che c’è il diavolo dentro. Una mela al giorno toglie il medico di torno… sarà, ma io preferisco i trigliceridi alti piuttosto che lavorare la terra con il sudore della fronte.

Fateci caso, nella Bibbia, quando c’è di mezzo il cibo l’uomo fa arrabbiare il Padreterno o litiga con i suoi simili. Ci aveva appena liberati dalla schiavitù degli egiziani, che il lamento si levava alto nel cielo: «Ma come si stava meglio quando si stava peggio, ma come si mangiava bene alla mensa del Faraone, come erano buoni i Felafel e il Kebab! » E il Padreterno, in un impeto di bontà e fantasia che solo lui può permettersi, gli fece piovere dal cielo le quaglie e la manna; mica come fanno gli aerei dei soccorsi moderni che buttano dal cielo scatole di latte scaduto e fagioli borlotti: che poi vi voglio vedere a mangiare fagioli e latte scaduto.

Esaù e Giacobbe

Per non parlare degli inganni perpetrati tramite il cibo: ve li ricordate i gemelli Esaù e Giacobbe, figli di Isacco e Rebecca? Esaù, parafrasando il linguaggio moderno, dei due era il tamarro, pieno di peli, probabilmente anche tatuato e con la cresta in testa, passava le giornate a dar fuoco alle formiche e la caccia ai fagiani, non ne ha mai beccato uno in vita sua. A questo soggetto, siccome è nato per primo, spettava, diciamo così, l’eredità e la benedizione del padre.

Giacobbe invece era il gemello raffinato, glabro, colto, leggeva già i Fratelli Karamazov e non erano stati ancora scritti, cocco di mamma, in una parola: fancazzista. Nato per secondo è destinato a trascorrere una vita come il principe Harry tra le partite di polo e sfilate di moda, ma mai a capo della famiglia.

Un giorno Esaù torna stravolto, dopo che per tutta notte ha cercato di catturare una lepre senza riuscirci: ha sete e fame, il fratello sta mangiando: «Ti prego dammi un po di quelle lenticchie ». Il perfido Giacobbe gli allunga il piatto ma prima dice: «Sì, ma in cambio dell’eredità». I tatuati con la cresta quando hanno fame non capiscono più niente, e infatti rispose «Bella zio! chi se ne frega della benedizione; affare fatto fratello».

Molti anni dopo la storia si ripete: il padre Isacco sta per morire, e ignaro che il figlio maggiore, il tatuato, si è venduto tempo addietro la primogenitura, vuole benedirlo e trasmettergli la promessa di Dio di una terra e di una discendenza numerosa come le stelle. Isacco dice al figlio: «Prendi il tuo arco e portami della selvaggina e fammi mangiare la lepre in salmì che è il mio piatto preferito». Esaù che non è mai riuscito a catturare neanche una lumaca, prende arco e frecce e si mette in cammino. Mamma Rebecca sente tutto, e avvisa Giacobbe che, ormai si è capito, è il suo preferito. Anche se cercano di stare attente le mamme hanno le loro preferenze, e forse in questo caso Rebecca, aveva intuito bene che con Esaù a capo della famiglia sarebbero finiti sul lastrico dopo appena qualche giorno. Cosa dice la mamma a Giacobbe? «Vai, portami due capretti che te li cucino io». «Ma il papà vuole la cacciagione». «Tuo padre non ha mai capito niente, c’ha il palato foderato di lamiera: quando voleva mangiare il salmone gli ho sempre dato la platessa e non si è mai accorto della differenza». «Va bene mamma, ma il papà se mi accarezza non sentirà i peli puzzolenti di Esaù». «E tu mettiti addosso il pelo del capretto, tanto l’odore è lo stesso». Insomma in questo modo Giacobbe ingannò suo padre anche se alla fine se ne accorse, ma ormai la benedizione era stata impartita.

Noè e il vino

Quanto si mangia nelle Bibbia, e soprattutto quanto si beve nella Bibbia! Come quella volta di Noè che aveva appena inventato il vino: gli piacque così tanto da berne una portaerei e si prese una sbronza tale che si addormentò completamente nudo: il figlio minore anziché coprirlo come fecero gli altri fratelli lo derise, e perciò si attirò la maledizione di Noè che ricadde sui propri figli: questo tipo di reazioni, dicono gli esperti, succede solo dopo aver ingerito vino bianco che, a causa dei solfiti, può provocare forti mal di testa al risveglio.

(…) Poi ad un certo punto nel Nuovo Testamento compare una specie di nutrizionista che non era laureato, anzi faceva il falegname, ma che incontrava le persone e diceva loro che dovevano cambiare il tipo di acqua che bevevano, che se avessero bevuto il tipo di acqua che consigliava lui non avrebbero avuto più sete; negli sposalizi quando invitavano lui non rischiavano mai di rimanere senza vino; organizzavano delle gite in montagna e magari andavano in 5000, nessuno preparava i panini, eppure lui, il nutrizionista, si faceva dare tre pesci e due pani, diceva qualche cosa a proposito della condivisione e tutti erano sazi. Ho provato a cercare su internet i contatti di questo nutrizionista: un avviso informava che bisogna conoscerlo di persona. Il problema è trovarlo.

La stampa – 17 maggio 2015 

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