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Il fenomeno. Da passeggio, esotiche o ciuffate. Se ora trionfano le galline da collezione. A Feltre l’allevatore che ne ha trecento

Che peccato: moroseta non vuole dire fidanzatina, ci siamo illusi nella dolcezza del concetto, soprattutto se riferito ad una gallina. Ci riporta con le zampe per terra Marco Polo, che la vide nel Reame di Fugiu e scrisse nel Milione : «E havvi belle donne, e havvi galline che non hanno penne, ma peli come gatte, e tutte nere, e fanno uova come le nostre, e sono molto buone da mangiare ». Oppure bianchissime, come le osservò Odorico da Pordenone: «Bianche come neve, ma non hanno penne, ma lana a modo di pecore». Anzi quasi seta, al tatto: da cui moro perché la pelle è nera, e seta perché dal piumaggio serico, o perché arrivate lungo la via della seta.

Ad ogni buon conto, qui non le mangia più nessuno, perché sono bellissime, ornamentali. Sono ciuffate, hanno cioè un ciuffo che neanche Elvis Presley, bello rotondo, morbido, da far invidia alle concorrenti. Perché le concorrenti ci sono, e tutte agguerritissime in quanto ad estetica: le Padovane, le Silkie americane, le Olandesi, l’ultimissima entry delle Moroseta dal collo nudo ma ingentilito da un cravattino di piume: qualcosa vorrà dire se l’hanno battezzata Showgirl.

Saranno da oggi (venerdì 20) a Trento in un contest che ufficialmente è il secondo campionato nazionale delle «ciuffate», 320 bestiole che si fa fatica a chiamare polli, e infatti c’è chi se le porta in giro nella borsetta, come qualche attrice americana. Esagerazioni yankee, si dirà, ma le foto su Instagram di una moda nuova sono solo la spia pubblica di un mondo molto più antico. Enrico Cecchin, organizzatore di Trento, campione uscente nel 2016 per la Moroseta è un trentenne di Feltre con 300 pennuti in cortile: «È una passione».

Una passione che non è così underground e marginale come si crede. Gli avicoltori amatoriali iscritti alla Fiav, la federazione nazionale, sono 1.150. C’è poi la Avi Nordest tra Veneto e Friuli, e sono in 120. C’è un mercato: per le campionesse anche 300 euro, ma un allevatore non la venderà mai; quelle più normali da 10 euro in su, per la coppia fino a 70 euro, un uovo 2 euro, un pulcino 4. La regola fondamentale: questi polli non finiscono sotto cellophane nei supermercati e men che mai in pentola, questi polli muoiono nel loro letto. Che, beninteso, resta il pollaio.

Non diventano pet , né i padroni di casa, né simulacri animali con cui «ci scambiamo il piacere di vivere assieme». Lo dice Tullio Rosolen, che in quel di Bibano alleva i galletti chabo giapponesi, versione sofisticati dei nostri checchetti, e le meravigliose Phoenix collo oro, con una coda a strascico lunga 90 centimetri. Però, siccome abita da un’altra parte, a casa (in giardino) si è portato due Olandesi nere dal ciuffo bianco, e non c’è pollaio che tenga: ogni sera vanno a dormire davanti alla porta di casa, accoccolandosi sui suoi stivali.

A Rosolen viene un dubbio: «Magari non siamo del tutto normali… però è un piacere vero». Il piacere è quello della perfezione cercata, con un mix di maniacalità e umanità tutto speciale.

«Faccio schiudere un po’ di uova, mica tutte, e tengo i pulcini sia maschi che femmine. Quelli che non potranno “fare razza” li regalo ad amici, guai ammazzarli, li tengono in giardino per bellezza e compagnia». Un po’ maniaci, sì, perché ottenere esemplari “campioni” «è un lavoro certosino, ci vogliono almeno cinque anni».

E la consanguineità rigorosa, ma anche il “sangue fresco”, e il miglior maschio della covata da far accoppiare alla madre, e la miglior femmina al padre, l’incesto è tollerato. E due galli, ovviamente perfetti. Due perché «se ti muore un maschio sei alla disperazione». Ma attenti, bisogna farli crescere assieme, altrimenti si menano come dannati. E se si sopportano è perché uno è dominante, non ha mai più di tre galline e le feconda ogni giorno, l’altro si consola con un paio. Vita dura ma nella natura.

Avevano ragione Cochi e Renato? «La gallina non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente».

Dice Rosolen: «Ti riconoscono, non hanno paura. E tu ti accorgi se non sono allegre. Una andava dietro ad un mio amico ovunque, come un cagnolino. Hanno il loro carattere, c’è quella più furba, quella tonta che arriva dopo. Intelligenza è una parola impegnativa». Danilo Mainardi ha scritto un libro, Arbitri e galline , facendo dei paralleli tra comportamenti umani ed animali, e non c’è solo da sorridere, ma da imparare. Non c’è miglior madre della gallina: la chioccia con i suoi pulcini è semplicemente strepitosa, li cura, insegna, controlla la temperatura, il cibo, fosse capace darebbe anche i vaccini. Quelli li somministra l’allevatore, perché girano malattie tra cui l’aviaria ma con attenzione da farmacologi e senza tante proteste.

C’è chi si è specializzato in galline inglesi, come si fa con i tessuti. Chi cerca di carpire i segreti ai giapponesi, «bravissimi ma gelosissimi», c’è chi impara dai tedeschi, maestri insuperati di selezione. In Italia ci sono dodici club dedicati ad una singola razza, è l’Olimpo dei puristi, che si confrontano tra Araucana (fa le uova azzurre), Marans (fa le uova color cioccolato), Padovana, Cocincina nana, Brahma gigante, media e nana, Maculata Amburgo, Sabelpot e via elencando.

In due anni è stato messo assieme un volumone, Standard italiano delle razze avicole con 280 schede rigorose. E dire che una cinquantina di razze si sono estinte: la gallina istriana della Val Pusteria, la rossa di Calabria, la nera della Capitanata… «Noi salviamo le razze, e anche le galline», chiude Rosolen, che non vuole nemmeno pensare agli allevamenti intensivi.

«Le mie, le nostre non le mangerei mai. E il pollame di allevamento, uova comprese, non mi fa venire proprio voglia». Insomma, le galline «ornamentali» sono privilegiate e fanno la bella vita perché sono belle. Ma il messaggio si allarga, c’è gente che tiene galline solo per averle, normalissime, bruttarelle, onnipresenti. È vero, c’è il problema che sporcano.Viene in mente quel che diceva un vecchio contadino di Ponzano: «La vita xè come la scaleta del punèr: curta e generalmente piena de merda».

Il Corriere del Veneto – 21 ottobre 2017

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