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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Il futuro? Se va bene, sarà stabile. Ma la ricchezza non crescerà più. Due italiani su tre pensano che le condizioni economiche non miglioreranno. A Nord-Est e tra i giovani aumentano i timori
    Notizie ed Approfondimenti

    Il futuro? Se va bene, sarà stabile. Ma la ricchezza non crescerà più. Due italiani su tre pensano che le condizioni economiche non miglioreranno. A Nord-Est e tra i giovani aumentano i timori

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche29 Febbraio 2016Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Daniele Marini. Una ripresina rallentata, un dinamismo frenato: paiono ossimori, ma è questa la prospettiva che gli italiani intravedono per la propria famiglia e per l’economia nei prossimi anni. D’altro canto, non si può dar loro torto. Ascoltando le notizie che provengono dai mercati finanziari e dalle istituzioni economiche non c’è di che stare allegri.

    La Borsa è volatile e instabile; le stime di crescita mondiale sono positive, ma progressivamente riviste al ribasso. Una parte dei famosi Brics, che fino a poco tempo fa trainavano l’economia mondiale (Russia, Brasile), sono in affanno e la stessa Cina ha rallentato il suo slancio. Le vicende internazionali poi (Siria, migrazioni, terrorismo,…) non aiutano a semplificare il quadro complessivo. Guardando all’Italia, le stime di Pil hanno il segno positivo, ma sono state riviste al ribasso. In più pesa molto la situazione di alcune banche locali che hanno bruciato cospicue risorse di famiglie e imprese. È facile comprendere come, agli occhi della popolazione, il quadro complessivo sia contrassegnato ancora da molte incertezze. E con l’incertezza aumenta la cautela. Soprattutto se, dopo la ventata di cambiamento portata dal governo Renzi con le sue riforme e le promesse, i risultati tardano a dispiegarsi in modo sistematico oppure non sono così eclatanti. Le responsabilità non sono solo dell’esecutivo, perché le problematiche hanno radici che affondano indietro nel tempo e il contesto istituzionale europeo, con i vincoli burocratici e politici, non aiuta a risolvere i problemi che il Paese deve affrontare. Ciò non di meno, la sindrome dello «zero-virgola» impedisce un decollo veloce e stabile ai germogli di ripresa registrati in questi mesi.

    Il Paese stabile

    A dicembre 2015 il 43,3% degli italiani riteneva uguali e migliorate le proprie condizioni economiche rispetto a 5 anni prima, con una misura del tutto analoga a quella rilevata nel 2013 (42,1%). E poco più della metà dichiarava che il proprio reddito mensile era adeguato a sostenere le spese ordinarie (57,4%, era il 56,1% nel 2013). Ovvero, lo specchio di un Paese sostanzialmente stabile. Se proviamo a chiedere agli italiani cosa prefigurano per il futuro proprio e dell’economia del Paese nei prossimi anni (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) l’esito non si discosta, anzi arretra. Complessivamente, quasi due terzi (61,9%) fra gli interpellati prevedono per sé e per la propria famiglia una stabilità della propria ricchezza più che un incremento, mentre un terzo (33,4%) ritiene ci sarà un peggioramento.

    L’economia del territorio in cui risiedono non gode una migliore percezione, tutt’altro: circa i due quinti (39,3%) delineano una stabilità e un miglioramento, ma ben il 51,1% prevede una recrudescenza della situazione. Un po’ meglio andrà per l’Italia: quasi la metà (46,4%) auspica una congiuntura stabile e di sviluppo, ma una quota quasi analoga (43,1%) suppone vi saranno ulteriori difficoltà. Migliore di tutte si prefigura l’economia in Europa: per il 56,9% dei casi si stima soprattutto in sviluppo. Dunque, per gli italiani le condizioni economiche cresceranno all’estero, rimarranno stabili per sé e la propria famiglia, ma non miglioreranno di molto per l’Italia e per il proprio territorio.

    Frena l’ottimismo

    Tale quadro non solo riverbera l’immagine di un’Italia che ancora fatica a ripartire in modo deciso, quanto meno nella percezione della popolazione. Di più, rispetto al 2014 – anno di ventate di cambiamento (rottamazione, come si ricorderà) – assistiamo all’emergere di un entusiasmo sopito, più incline alla preoccupazione che all’ottimismo. Infatti, il confronto con quanto rilevato nel 2014 evidenzia uno spostamento degli umori, in arretramento. Sommando le risposte fornite è possibile delineare quattro profili dei rispondenti. Gli «ottimisti» sono un quinto degli interpellati, ma erano ben di più nel 2014: il 34,3%. Annoverano chi, per tutte le dimensioni, ipotizza percorsi di miglioramento economico e, in proporzione, si trovano nel Nord Ovest dell’Italia, ovvero là dove maggiori sono state le trasformazioni dell’economia in questi anni. Due sono i gruppi più cospicui. Il primo è degli «attendisti» (34,9%, era il 39,2% nel 2014) ovvero di quanti oscillano attorno a una condizione di stabilità o di leggero miglioramento. Il secondo gruppo è di «preoccupati» (32,8%), in crescita rispetto al 2014 (21,7%), e comprendono quelli che hanno una visione tendenzialmente pessimista, prospettiva particolarmente diffusa nel Nord Est e fra le giovani generazioni. Infine, troviamo i «pessimisti» (10,4%), nucleo marginale, ma in aumento rispetto al 2014 (4,8%), che prevede un sostanziale declino generalizzato. Quindi, gli italiani sono soprattutto «attendisti», cauti sul futuro dell’economia, aumenta la schiera dei «preoccupati» e calano gli «ottimisti».

    Vince il realismo

    Posto che la percezione delle condizioni economiche degli italiani risulta invariata in questi ultimi anni, una maggiore prudenza sulle prospettive future può derivare sicuramente dall’incertezza del contesto generale, ma in particolare dalla lentezza con cui i cambiamenti si manifestano concretamente. Con la distanza che c’è fra il dire e il fare. Renzi si sforza di offrire una narrazione positiva, utile per tracciare il percorso da compiere. Ma fra un atteggiamento entusiastico e il gufare, esiste un approccio di (sano) realismo con cui fare i conti.

    La Stampa – 29 febbraio 2016 

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