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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Il governo Meloni si rimangia anche il no al trattato di libero scambio CETA
    Notizie ed Approfondimenti

    Il governo Meloni si rimangia anche il no al trattato di libero scambio CETA

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati27 Marzo 2023Aggiornato:13 Dicembre 2023Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Per anni, il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (FdI), si è opposto alla ratifica del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre 2017 che diventerà definitivo quando tutti i Paesi membri l’avranno ratificato. Molti Stati, infatti, non hanno ancora sottoscritto l’accordo, Italia compresa. Oggi che è al governo, invece, pare aver cambiato repentinamente posizione: il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, infatti, a margine di uno degli ultimi Consigli Ue, ha fatto dichiarazioni che lasciano chiaramente intendere la possibilità di ratifica del trattato da parte dell’esecutivo. Le critiche che il partito della presidente del Consiglio muoveva all’accordo riguardavano in particolare il rischio di concorrenza sleale da parte dei prodotti canadesi nei confronti di quelli italiani e la mancata tutela della maggior parte dei prodotti tipici per mezzo dei marchi di tutela giuridica (IGP, DOP, DOC e IGT). «Il CETA, trattato di libero scambio UE-Canada, è una porcata contro i bisogni dei popoli. FdI si batterà in Italia contro la ratifica», dichiarava la Meloni nel 2017. Successivamente aveva ulteriormente sottolineato che «La nostra posizione è chiara: per Fratelli d’Italia chi voterà in Parlamento la ratifica del CETA è un traditore dell’Italia e del Mezzogiorno e non potrà mai essere nostro alleato».

    Dichiarazioni apertamente in contrasto con quanto affermato nelle ultime settimane da Lollobrigida che, con riferimento al trattato, ha affermato che «Ci sono alcuni accordi che sono avviati, che hanno sviluppato alcuni dati, che pragmaticamente sono a vantaggio delle nostre produzioni o mettono noi in condizione di competere con produttori di altri continenti. E questi accordi, io penso che possano vedere una discussione in Parlamento che possa metterci nella condizione di arrivare alla sottoscrizione». Una posizione che lascia piuttosto perplessi sia per idee pregresse che FdI aveva espresso in merito, sia perché Lollobrigida aveva assicurato di difendere le eccellenze italiane così come presupposto dal nome del ministero di cui è titolare che fa esplicito riferimento alla “Sovranità alimentare”. Il ministro si è mostrato, invece, più cauto riguardo all’accordo Ue-Mercosur, il potenziale trattato di libero scambio col mercato comune di alcuni Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela). Con vago riferimento a quest’ultimo, Lollobrigida ha affermato che altri trattati vanno valutati meglio «perché riuscire a garantire la competitività dei nostri prodotti di qualità per noi è necessario ed utile».

    Tornando al Ceta – ratificato recentemente anche da Francia e Germania – i punti più importanti dell’accordo riguardano la possibilità per le imprese europee e canadesi di partecipare alle rispettive gare di appalto pubbliche; il riconoscimento reciproco di alcune professioni, come architetto, ingegnere e commercialista; l’adeguamento del Canada alle norme europee in materia di diritto d’autore e la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, da cui però rimangono esclusi molti prodotti agroalimentari italiani. A fronte di alcuni aspetti vantaggiosi dell’accordo, altri implicherebbero una concorrenza sleale coi prodotti nostrani a causa dei diversi standard di produzione – spesso qualitativamente inferiori a quelli nazionali – con la conseguente inondazione dei mercati italiani di prodotti canadesi più a basso costo.

    A mero titolo d’esempio il Canada consente l’uso di glifosato – un diserbante risultato cancerogeno – per la coltivazione del grano. Ma non solo: dal punto di vista dell’Italia, l’accordo tutela solo 41 prodotti tipici, un numero esiguo se paragonato al dato totale comprensivo di IGP, DOP, DOC e IGT. Di conseguenza, il trattato favorisce la contraffazione del Made in Italy e in particolare danneggia il settore DOP che vale 19 miliardi, di cui 10,5 fatturati all’estero. Nell’accordo col Canada, la Commissione europea ha sacrificato proprio due dei prodotti DOP italiani più importanti: il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano. La conseguenza è che tra il 2018 e il 2019 la contraffazione di formaggi italiani in Canada è aumentata di 484 tonnellate (+49%). Senza la contraffazione dei prodotti DOP, il fatturato italiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi.

    Nonostante gli annunci di voler difendere il Made in Italy e la “sovranità alimentare”, il governo guidato da Giorgia Meloni pare essersi dimenticato di questi dati, così come delle dichiarazioni fatte dalla leader di Fratelli d’Italia quando era all’opposizione, secondo cui «Chi vota il Ceta fa un favore alle grandi produzioni e sputa in faccia agli italiani che si sono rifiutati di mettere schifezze nei loro prodotti». La stessa definì anche l’accordo «una vergogna» che «riconosce 40 dei 400 marchi di origine italiana». Salvo una revisione sostanziale di alcuni punti dell’accordo, dunque, la ratifica del Ceta può certamente comportare delle insidie per gli interessi commerciali italiani e per la tutela della qualità dei prodotti, palesando allo stesso tempo la giravolta politica di FdI.

    [di Giorgia Audiello] – L’indipendente 

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