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Il latte costa più della benzina, ma è in crisi l’intero comparto. Dagli allevamenti alle aziende: si è innescata una spirale che non porta guadagno. Scenari nuovi e drammatici

«Il prezzo del latte che supera quello della benzina non è che l’ennesima dimostrazione che anche il costo di questa crisi lo pagano i primi e gli ultimi della filiera, in quanto se già oggi il consumatore paga il latte più di 2 euro al litro, il produttore prenderà nella migliore delle ipotesi 60 centesimi tra 6 mesi».

Così Guido Coda Zabetta, delegato regionale della sezione Latte di Cia Piemonte, replica al grido di allarme di due importanti industrie di trasformazione, secondo le quali, se non ci saranno interventi di contenimento, il prezzo del latte potrebbe superare il prezzo della benzina.

«In realtà – dice Coda Zabetta – non si tratta di una notizia, perché già da tempo nei supermercati il latte, magari anche delle marche che denunciano il fatto, supera il prezzo della benzina. Se non fosse perché tutto questo avviene in un contesto di drammatica crisi per le nostre aziende, non ci sarebbe nulla di male se il valore del latte con cui alimentiamo i nostri figli superasse quello della benzina che bruciamo nelle auto, ma la verità è un’altra».

A marzo hanno chiuso alcuni allevamenti storici

«Come associazione, è una situazione che denunciamo da tempo ai Tavoli tecnici delle Regioni, fino ad arrivare a un accordo ministeriale rocambolesco di 2/3 centesimi pagati da non si sa chi, completamente disatteso. A marzo abbiamo assistito alle prime chiusure di aziende storiche, magari in zone meno vocate, ma sicuramente più strategiche per il Sistema Paese, poi sono venuti gli accordi che porteranno il prezzo del latte alla stalla a 60 centesimi per dicembre 2022, soldi che arriveranno alle aziende non prima di marzo 2023, troppo tardi e forse anche troppo pochi».

Il flagello della siccità

Una situazione che, secondo Coda Zabetta, è drasticamente peggiorata a causa della siccità. «Sono eventi ciclici – osserva il delegato di Cia Piemonte -, di solito colpiscono le zone non irrigue, mentre questa volta hanno interessato tutti. Nelle zone non irrigue in alcuni casi i raccolti sono stati pari allo zero, in alcune zone irrigue l’acqua non è arrivata, ma anche dove non è mancata il raccolto è stato povero, con perdite nell’ordine del 30-50%.

Infine, Coda Zabetta ha sottolineato come le alte temperature del mese di luglio abbiano mandato in stress le colture riducendo qualità e quantità dei raccolti. Nel 2020 il Covid ha messo in crisi i mercati, nel 2021 la speculazione internazionale ha raddoppiato i listini dei cereali e, in ultimo, la siccità ha fatto il resto.

La siccità ha fortemente inciso sul costo dei foraggi che negli ultimi 30 anni non aveva mai avuto grosse turbolenze. I foraggi rappresentano il 70 per cento della base alimentare di una mandria e, rispetto a due anni fa, sono scarsi in quantità e qualità e costano il triplo.

«Tutto questo – conclude Coda Zabetta – crea scenari nuovi e drammatici e le aziende che non hanno una forte autoproduzione andranno inevitabilmente in crisi, come dimostrano i mortali effetti del pascolamento di bovini su culture in stress idrico, in situazioni dove le aziende non potevano permettersi l’acquisto dei foraggi. Un segnale gravissimo, che non possiamo ignorare».

https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2022/09/rincari-latte-in-crisi-l-intero-comparto-dalle-stalle-alle-aziende-si-innescata-una-spirale-c395ebc7-cd11-479e-a2ca-04acb861bb0f.html

 

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