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Il libero scambio si incaglia su cibo e servizi. In forse il mega accordo transatlantico. Ma chi frena davvero è Washington

Marco Zatterin. In cima alla lista nera europea c’è il «Buy American Act», barriera innalzata nel 1933 dal presidente Roosevelt per proteggere le aziende a stelle e strisce limitando l’acquisto di prodotti stranieri. «Non è compatibile con lo spirito di un’intesa», attacca uno dei negoziatori Ue che, a Bruxelles, lavora all’intesa di libero scambio con gli Usa: «Serve un salto di qualità per un “Buy Transatlantic”…».

Invece nulla, gli sherpa di Obama non si smuovono. Dopo dieci mesi di colloqui, le distanze restano ampie. «Ci sono problemi sui trasporti, marittimi e aerei – spiega la fonte -. Quanto ai servizi, a partire da quelli finanziari, rifiutano semplicemente di parlarne».

In codice si chiama T-Tip, ovvero Partenariato transatlantico per commercio e investimenti. È il progetto che dovrebbe condurre l’Europa dei ventotto e gli Stati Uniti a sposarsi in un unico grande mercato in cui scambiarsi beni e vendere servizi senza divisioni, con un quadro regolatorio armonizzato. Uno studio Ue ha valutato che il patto gonfierebbe il fatturato continentale di 120 miliardi, con effetti evidenti su crescita e occupazione. A regime, si stima che in media ogni famiglia potrebbe avere un reddito aggiuntivo di 500 euro l’anno. Almeno.

Il confronto è partito fra gli squilli di tromba nel luglio scorso per finire sotto traccia nel corso dell’inverno. Lunedì si è aperto il quinto round a Arlington, in Virgina. In salita. «Ci sono gravi difficoltà per le regole sugli appalti da aprire che noi reputiamo sono essenziali», rivela il negoziatore, preoccupato per l’opzione zero che Washington avanza sui dazi. «Irresponsabile – valuta -. Occorrono dei distinguo, anche se oggi è assurdo che la nostra cioccolata paghi il 25% di accesso al mercato americano».

Non ci siamo. Il commissario Ue al Commercio, il fiammingo Karel De Gucht, sogna una riconferma e spinge perché i servizi finanziari siano nel T-Tip, sottolineando che «gli Stati Uniti sono molto riluttanti e dicono che se ne è già parlato nell’ambito del Comitato di Basilea». In realtà, è la sua convinzione, «dobbiamo approfondire il legame». Gli States rispondono che non è argomento da accordo commerciale e che la normativa Ue è meno rigida della loro. Per questo vogliono che il dossier resti fuori.

Complica la situazione il fatto che i negoziatori europei abbiano le spalle scoperte. In campagna elettorale il negoziato americano è stato usato da verdi e sinistra come esempio di intesa che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Anche il socialista Martin Schulz ha «sorpreso» il superliberale De Gucht chiedendo la sospensione del round. L’atmosfera è tesa. La scorsa settimana a Bruxelles una marcia contro il T-Tip ha portato a 250 arresti.

«Il percorso sarà complesso, ma una volta firmato con gli americani, il peggio sarà fatto – promette il negoziatore Ue -. E le capitali finiranno per accettarlo». Quando? La finestra è stretta. La fonte non vede una svolta prima di novembre, causa elezioni di «mid-term» negli States. Immagina qualche passo avanti settoriale – magari nei farmaci, apparecchiature mediche e automotive – ma non molto di più. «Se invece parliamo dell’accordo finale – ha sottolineato De Gucht -, sarà nel 2015 o niente. L’entrata nel tunnel delle presidenziali americane è da evitare». Ce la faremo? Il funzionario scommette «Sì, al 75-90%». Però, sospira, «adesso stiamo ancora marciando nella nebbia».

La Stampa – 21 maggio 2014

 

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