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Il ministero si corregge sui posti di lavoro. Gelo di Palazzo Chigi. Slittano alla prossima settimana i decreti del Jobs act, il caso del controllo a distanza con le telecamere

Il ministero del Lavoro corregge il dato sui contratti appena diffuso. La tabella pubblicata due giorni fa diceva che i posti di lavoro a tempo indeterminato attivati tra gennaio e luglio di quest’anno erano stati 630.858 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ieri l’ammissione dell’errore: l’aumento c’è ma i posti di lavoro in più sono la metà, 327.758. Dov’è lo sbaglio?

La prima tabella, ieri sparita dal sito del ministero, diceva che i contratti cessati sempre nello stesso periodo erano stati quasi 700 mila. Quella pubblicata ieri, invece, ne indica quasi un milione. In realtà ci sono anche altre correzioni, sulle collaborazioni, sull’apprendistato, praticamente su tutto. È vero che non cambia la valutazione generale sugli effetti del Jobs act: già nei mesi scorsi era chiaro che i posti di lavoro non stanno aumentando, quella che sta crescendo è la fetta di contratti a tempo indeterminato, o meglio a tutele crescenti e quindi senza più l’articolo 18. Ma resta il pasticcio dei numeri, un incidente che ha provocato una certa tensione tra il ministero del Lavoro e la presidenza del Consiglio.

Anche per questo è stata rinviata l’approvazione definitiva in Consiglio dei ministri degli ultimi quattro decreti delegati del Jobs act. Ieri mattina, dal Meeting di Cl a Rimini, era stato proprio il ministro Giuliano Poletti a dire che i provvedimenti sarebbero stati esaminati oggi, come previsto da qualche giorno. Ma al pomeriggio, dopo la correzione dei dati, è arrivato l’annuncio del rinvio alla settimana prossima. In realtà c’è anche un problema di merito, un punto interrogativo su uno dei decreti, quello sui controlli a distanza. Nella prima versione del provvedimento le telecamere potevano essere usate non solo per garantire la sicurezza degli impianti e per evitare furti. Ma anche come base per i provvedimenti disciplinari, licenziamento compreso. Nel passaggio in Parlamento per i pareri, però, la commissione Lavoro della Camera ha chiesto di eliminare questa seconda possibilità. Il parere non è vincolante ma la materia è delicata. È l’ennesimo capitolo del confronto tra Matteo Renzi e la sinistra pd, visto che la commissione è guidata da Cesare Damiano.

Sembra invece farsi strada una modifica su un altro dei quattro decreti delegati rinviati, quello che rivede le regole sulla cassa integrazione accorciando da tre a due anni il periodo massimo di utilizzo. La novità: una cassa integrazione più lunga, ferma ancora a tre anni se non qualcosa in più, per le grandi aziende. Una clausola provvisoria, da far valere al massimo fino al 2017. Nella speranza, evidentemente, che dopo quella data l’economia abbia ripreso a tirare.

Lorenzo Salvia – Il Corriere della Sera – 27 agosto 2015

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