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Il ministro Martina: «Addio quote latte, costate 75 euro a italiano. E basta multe europee ora deciderà il mercato»

Stop alle quote latte: dal primo aprile via al libero mercato. Un momento atteso ma anche temuto dagli allevatori italiani: la concorrenza è agguerrita, e alcuni Paesi sono particolarmente competitivi soprattutto sul fronte dei prezzi. È una sfida che le nostre imprese possono affrontare con successo, assicura il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina.

E, con l’Expo alle porte, per tutte l’obiettivo è quello di “fare squadra”, potenziando l’organizzazione e la filiera, senza trascurare alleanze strategiche e partnership internazionali. La vicenda Pirelli non deve fare paura: le aziende italiane devono essere in grado di stabilire «relazioni forti », mantenendo però «altissima l’attenzione sul presidio di italianità».

Ministro, che succede da domani?

«Il passaggio dalla fine delle quote alla liberalizzazione del mercato va vissuto come una sfida, superando nei prossimi mesi una serie di difficoltà accumulate da anni. La nostra è una filiera poco organizzata: per esempio siamo uno dei pochi Paesi a non avere l’interprofessione del latte e abbiamo costi di produzione superiori a quelli degli altri».

Rischiamo di venire sommersi dalla concorrenza?

«Stiamo lavorando per rafforzare la nostra produzione sia sul piano interno che sull’export. Per il mercato interno, stiamo per lanciare un unico logo “latte italiano 100%”. Inoltre nel 2016 partirà un “piano latte” nelle scuole, un grande progetto di educazione alimentare che attende solo il via libera da Bruxelles».

Perché la vicenda quote latte si chiuda davvero bisogna chiudere anche il capitolo multe.

«Da questo punto di vista la vicenda delle quote latte è una delle pagine più buie dei rapporti tra Italia ed Europa, anche perché vi hanno speculato in troppi. Io ho detto una cosa credo semplice e chiara: quelle multe sono già state pagate dagli italiani, sono costate a ogni cittadino 75 euro, sono costate tantissimo ai tanti allevatori onesti che hanno rispettato le quote, quindi chi non le ha rispettate si deve mettere in regola, anche perché più ci trasciniamo in là, più ne paghiamo le conseguenze. Ancora in queste settimane stiamo rischiando un ulteriore taglio dei contributi europei perché anni fa questa vicenda non è stata gestita».

Al di là degli strascichi delle quote latte, i contributi agricoli Ue sono comunque stati tagliati.

«Il pilastro finanziario che oggi l’Europa offre all’agricoltura italiana è decisamente fondamentale, 52 miliardi di euro da qui al 2020 sono ancora un bel portafoglio di risorse. Noi abbiamo fatto delle scelte credo giuste, selettive, privilegiando gli assi fondamentali dell’agroalimentare italiano, dalla zootecnia alla viticoltura e all’olivicoltura, e abbiamo gli strumenti di aiuto ai giovani: in particolare abbiamo maggiorato i premi per la Pac per gli agricoltori under 40».

Le nuove imprese sono importanti, ma anche i marchi storici vanno tutelati: negli ultimi anni moltissimi sono stati venduti ad aziende straniere.

«È giusto tenere altissima l’attenzione sul presidio di italianità nella filiera agroalimentare, però dobbiamo anche sapere che si è più forti nel mondo se si hanno relazioni forti col mondo. E quindi io non sono spaventato dalle partnership che grandi aziende italiane possono e devono avere con grandi soggetti internazionali, purché i piani di investimento e per l’occupazione rimangano saldamente ancorati a questo Paese. Ci sono grandi aziende italiane che mantengono qui investimenti, occupazione, ricerca, innovazione, e hanno stabilito partnership che le hanno rese dei colossi in giro per il mondo».

A proposito del presidio di italianità, negli ultimi mesi c’è stato un forte scontro tra agricoltori e aziende agroalimentari in nome del “made in Italy”.

«Io penso che sia evidente dalla nostra storia che l’Italia è un Paese di trasformatori oltre che di produttori. Dobbiamo presidiare e aumentare la consapevolezza sull’origine dei nostri prodotti perché questo è un forte elemento di competitività su scala internazionale, poi però non bisogna dimenticare che siamo un Paese di trasformatori e che questo ha un valore, è uno dei nostri tratti fondamentali, quindi noi dobbiamo tenere insieme questi due lati, fare squadra ».

Con l’Expo alle porte poi è decisamente il momento di fare squadra.

«È una grossissima opportunità per il modello agricolo italiano e per il progetto agroalimentare italiano, non a caso noi siamo riconosciuti in tutto il mondo come la patria della bellezza e del cibo: queste possono essere le due parole d’ordine per il futuro di questo Paese».

Repubblica – 30 marzo 2015

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