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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Il piano giovani del governo. Sgravi del 50 per cento per gli assunti fino a 32 anni. Le misure allo studio per la prossima Legge di Bilancio
    Notizie ed Approfondimenti

    Il piano giovani del governo. Sgravi del 50 per cento per gli assunti fino a 32 anni. Le misure allo studio per la prossima Legge di Bilancio

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati19 Agosto 2017Nessun commento4 Minuti di lettura
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    I tecnici la definiscono un’operazione «selettiva ma strutturale». Selettiva perché non riguarderà tutti i lavoratori ma soltanto i giovani. Strutturale perché, a differenza di quanto fatto con il Jobs act , è destinata a durare nel tempo. Almeno nelle intenzioni. Il pacchetto «lavoro per i giovani» è l’unica certezza per quel mosaico in costruzione chiamato legge di Bilancio, la vecchia Finanziaria da approvare dopo l’estate. Alcuni dettagli restano da definire, gli aggiustamenti sono ancora possibili. Ma l’impianto base è ormai pronto, anche per resistere al pressing di chi vorrebbe sottrarre parte delle risorse per altre voci, a partire dalle pensioni. Il pacchetto prevede due mosse.

    Maxi sconto di due anni

    La prima mossa è il dimezzamento dei contributi previdenziali pagati dalle imprese per tutti i nuovi assunti al di sotto dei 32 anni. Il maxi sconto durerebbe per i primi due anni di contratto, anche se resta in piedi l’ipotesi di un periodo più lungo, fino a tre anni. E farebbe scendere l’aliquota contributiva dal 30-33% di adesso, c’è una leggera variazione a seconda dei casi, giù fino al 15%-17,5%. Lo sconto non potrebbe comunque superare i 3.250 euro l’anno. Il taglio dei contributi non avrebbe effetti sulla futura pensione del lavoratore.

    La somma non versata dall’azienda sarebbe coperta dallo Stato. Ed è per questo che l’operazione ha un costo: intorno al miliardo di euro per il primo anno, sui due miliardi una volta a regime.

    Mini sconto (stabile)

    Cosa succede una volta passati due anni dall’assunzione con il maxi sconto? A differenza di quanto fatto con il Jobs act , resterebbe comunque una riduzione dei contributi. Molto più contenuta, di 4 punti percentuali rispetto all’aliquota standard del 30-33%, per scendere quindi al 26-29%. Ma destinata a durare fino alla fine della carriera, anche se il dipendente cambia azienda. E con un effetto da dividere in due parti: per metà a vantaggio delle imprese come riduzione dei contributi da versare; per l’altra metà a vantaggio del lavoratore con un aumento della sua busta paga. L’intervento ridurrebbe il costo del lavoro in modo stabile. In sostanza i nuovi lavoratori a costo più basso rimpiazzerebbero progressivamente quelli, più costosi, che lavorano già adesso. Con un meccanismo stavolta simile al Jobs act , con la progressiva sostituzione dei lavoratori tutelati dal vecchio articolo 18 con quelli che hanno il nuovo contratto a tutele crescenti. La misura avrebbe un costo molto più alto rispetto allo sconto biennale. Per questo è pronto il piano B.

    L’apprendistato

    In alternativa alla sconto di 4 punti per tutta la vita si potrebbe puntare sull’apprendistato, che nei primi cinque mesi dell’anno è cresciuto del 27%. Il dimezzamento dei contributi sarebbe legato all’assunzione stabile degli apprendisti, al termine del periodo massimo di durata del contratto, che è di tre anni. Anche l’apprendistato ha un peso dei contributi molto basso, il 10%. In caso di stabilizzazione l’aliquota salirebbe al 15-17,5%. Più cara ma comunque molto più vantaggiosa rispetto a quella standard, rappresentando un forte incentivo alla stabilizzazione. Non ci sarebbe però l’effetto di riduzione stabile del costo del lavoro che si avrebbe con lo sconto per tutta la vita. Ed è per questo che la strada dell’apprendistato, anche se molto meno costosa, viene considerata al momento un ripiego.

    Centri per l’impiego

    Altra misura che dovrebbe entrare nel pacchetto lavoro è quella sui centri pubblici per l’impiego. Dopo la riforma delle province sarebbero dovuti passare alle Regioni, che però non hanno le risorse per farli funzionare. Dovrebbe essere lo Stato a farsene carico, stabilizzando anche i 1.500 precari e assumendo altre 1.600 persone. Stabilizzazione anche per i dipendenti di Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro, con un finanziamento per Anpal servizi di 20 milioni di euro l’anno.

    La ricollocazione

    Sempre nella prossima legge di Bilancio dovrebbe entrare il restyling dell’assegno di ricollocazione, il bonus in formazione per i disoccupati che accettano di riconvertirsi. Finita la sperimentazione su base individuale — che non ha dato risultati esaltanti, con un’adesione intorno all’8% — lo strumento dovrebbe essere indirizzato verso le crisi aziendali. Anche perché nell’unico caso in cui è stato utilizzato, Almaviva, ha dato risultati molto migliori, con un’adesione vicina al 90%.

    Lorenzo Salvia – IL Corriere della sera – 19 agosto 2017

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