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Il ricordo dell’ex ministro della Sanità. Il Professor Guzzanti e la sinistra distratta. Peccato che in troppi non l’abbiano capito

di Roberto Turno. «Come sta Professore?». Era poco più di un anno fa, telefonavo a Elio Guzzanti per un saluto in chissà quale ricorrenza (o forse nessuna), e dall’altro capo del suo filo (il cellulare quasi neppure voleva sapere come funzionasse) con voce sempre più roca il Professore mi rispose: «Eh Turno, cosa vuole. Sto scrivendo di cure primarie, sa, è il tema del giorno. Se ne sta facendo uno scempio. Insomma, mi difendo. Purtroppo mia moglie»… Come, risposi, che accade? «Cosa vuole – aggiunse con un filo nascosto ma evidente di commozione – ha i suoi anni, non sta bene…».

Ora, la signora Guzzanti, che presto scomparve, aveva qualche anno meno del marito, che andava per i 92. Ma per il Professore gli anni, i suoi, sembravano non passare mai. Sembrava non farci caso, non lo ammetteva mai. Non se ne accorgeva, o almeno dava questa impressione.

Ci sono maestri e maestri. Ministri e ministri. E discepoli e discepoli, o studenti che dir si voglia, di tutte le latitudini culturali. Per chi ha cercato nel tempo di capire qualcosa, di fare i conti con la storia, Elio Guzzanti era il Maestro. Ministro della Sanità per dodici mesi, ha lasciato tracce di sé anche su quella poltrona. A qualcuno piacendo, ad altri meno. Ma sicuramente dall’alto della sua smisurata cultura, che non era, per dire, quella di altre intelligenze maledette, pensate a un Andreotti. Lo stuzzicavi un attimo e ti sfornava la storia della sanità romana, angolo per angolo, interesse per interesse, ospedale per ospedale. Una miniera, un approdo sicuro e senza una virgola di errore. Piacesse o meno, a stuoli di intellighenzia che spesso s’è immersa negli affari pontificando laicità e diritti dei popoli.

Tutti sbagliano, non tutti piacciamo a tutti. Ma ci sono maestri e Maestri, e capacità d’ascolto. E chi fa affari e chi no. E ci sono ministri e ministri. Vuoi mettere: Costa con Rosy Bindi, Altissimo con Tina Anselmi, vorrei dire Guzzanti con … Faccio fatica a ricordarne di ministri della Sanità capaci.

In quei suoi dodici mesi a Lungotevere Ripa, Elio Guzzanti non ha lasciato di sé solo qualche fotografia ammuffita negli archivi. Certo, ci teneva a quel ruolo, il Professore. Ma intanto, testardo com’era, in quella stagione del Governo Dini del Berlusconi detronizzato per lo sgambetto di Bossi, giusto un anno prima del «Prodi 1» del 1996, qualcosa e più di qualcosa lasciò bene impresso.

Questo mi piace ricordare. Come il «Libro Bianco» in cui mise in chiaro fatti misfatti da lasciarsi alle spalle per costruire la “sanità del futuro”. O ancora gli sprechi: quegli immobili che le usl pagavano 3 a mq quando prendevano in affitto, ma che facevano pagare 1 quando affittavano. O ancora, la sfida della qualità. Che riassunse in 139 spie: spiegando che qualità è anche il numero di ascensori a disposizione dei visitatori negli ospedali, le docce e le vasche con acqua calda e fredda nelle camere, la possibilità’ di prenotare per telefono visite, analisi e ricoveri e di pagare i ticket sul posto. Allora, 19 anni fa. E la prossimità di un Bancomat, i letti per i familiari dei bimbi ricoverati e le sale giochi offerte ai piccoli degenti, i telefoni mobili garantiti ai pazienti. E naturalmente qualità è la riduzione dei tempi d’attesa per visite, analisi e ricoveri. Come umanizzazione e personalizzazione sono anche l’assistenza scolastica ai degenti più giovani, le serrature dei bagni con chiusura interna e passe-partout dall’esterno, la presenza di sale travaglio individuali, le procedure di privacy, la possibilità per il padre di assistere al parto, il massimo rispetto degli aspetti essenziali della prevenzione.

E oggi, a che punto siamo? E dove siamo con gli ospedali? E dove saremo se i suoi studi non ci avessero ricordato la vecchiaia degli ospedali d’Italia e denunciato – a beneficio del Servizio sanitario nazionale – la necessità di investire, investire, investire? Uno studio che è poi diventato un monumento in materia.

Vorrei aggiungere: anche il suo insistere sui Fondi integrativi non era un vezzo professorale. Nè frutto di qualche interesse in partita. Peccato che in troppi non l’abbiano capito. Quanta “sinistra”, che come tanti ho sempre votato, non l’ha capito o ha fatto finta di non capire. E ora?

Il Sole 24 Ore – 3 maggio 2014 

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