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Il rilancio di consumi, prestiti e mutui è frenato dall’inflazione troppo bassa. Il piano di Francoforte spinge la ripresa ma non abbastanza

Stefano Lepri. Forse la notizia migliore Mario Draghi l’ha taciuta: gli attentati di Parigi e la paura del terrorismo per il momento non hanno fatto danno all’economia. E’ probabile sia questa l’analisi dietro una decisione fiacca come quella annunciata. Ma è dubbio se possa scendere ancora il costo dei prestiti per imprese e famiglie, dopo i rimbalzi negativi sui mercati ieri.

Il piano funziona

Finora l’espansione monetaria condotta dalla Bce («quantitative easing») ha funzionato. Prendere denaro in prestito costa meno sia per le famiglie che intendono comprare una casa sia per le imprese che vogliono lavorare di più o investire. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, valuta il beneficio in «80 centesimi di punto nella media dell’area euro, 140 nei Paesi deboli».

In Italia un anno e mezzo fa il tasso di interesse medio tutto compreso (Taeg) su un mutuo casa era del 3,7% circa; ora è attorno al 2,9%. Ancora più consistente il beneficio per le imprese non finanziarie, che prima dell’annuncio delle nuove misure dovevano pagare il 3,4%, ora attorno all’1,9% (media di valori molto diversi tra aziende piccole e grandi).

Dunque finora il «quantitative easing» ha aiutato. Però non ancora abbastanza, dice Draghi. Con una previsione (aggiornata ieri dalla Bce) di aumento medio dei prezzi dell’1% nel 2016 e dell’1,6% nel 2017, un tasso di interesse all’1,8% (media recente nell’area euro) rappresenta per l’impresa ancora un costo piuttosto elevato rispetto ai futuri ricavi; non invoglia a investire.

Il nodo dell’inflazione

Indebitarsi non era mai stato tanto facile, né da quando esiste l’euro né tantomeno quando in Italia avevamo ancora la lira. Eppure, una inflazione troppo bassa continua a scoraggiare sia gli affari sia i consumi. Non pare che la Bce sia riuscita a dare quello shock forte che molti si attendevano.

La certezza che Draghi ha offerto ieri è che i tassi di interesse continueranno a restare bassi più a lungo, fino almeno a metà 2017. Per farli scendere ancora occorrerebbero tuttavia nuove misure, che la Bce tiene in serbo nel caso di nuove difficoltà o di nuove paure.

L’euro senza più scosse

Il cambio dell’euro anche è probabile rimanga agli attuali livelli, senza scendere ancora fino alla parità con il dollaro. La Federal Reserve Usa i suoi tassi si avvia ad alzarli, ma è una scelta che il mercato già sconta. E se anche il dollaro dovesse rafforzarsi ancora, lo farebbe anche rispetto alle monete dei Paesi emergenti dove esportiamo, senza ulteriori vantaggi per noi.

L’area euro nel suo insieme già esporta alquanto più di quanto importi (attivo delle partite correnti 2015 attorno al 3% del prodotto lordo). Un ulteriore deprezzamento dell’euro, che certo aiuterebbe l’export italiano molto sensibile al prezzo, non è nella logica degli equilibri economici mondiali.

Gli interessi incrociati

L’area euro rimane divisa da interessi opposti che frenano la Bce. La Germania, Paese creditore, non ama i tassi bassi che danneggiano le sue banche e le sue assicurazioni; ha pochi disoccupati e non vede la necessità di ulteriori misure a favore della ripresa (alla conferenza di Draghi, i giornalisti tedeschi sembravano venire da un altro pianeta rispetto a tutti gli altri colleghi). L’Italia e altri Paesi, invece, desidererebbero poter sperare in meglio.

La Stampa – 4 dicembre 2015 

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