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Il ritorno di bisonti e avvoltoi: l’Europa sconosciuta degli animali. Crescita record della fauna selvatica negli ultimi 50 anni

Domanda numero uno: quale pensiero evoca la parola «bisonte»? La numero due: qual è la situazione peggiore per un moscardino? Se conoscessimo il mondo animale almeno quanto quello delle tecnologie forse sapremmo rispondere. E invece eccoci qui (quasi tutti) a immaginare le praterie americane se si parla di bisonte e a fare scena muta sulle difficoltà del povero moscardino.

Per questo chi vive di animali per professione o passione scuote la testa: no, non è per una presa di coscienza degli umani che finalmente gli animali selvatici stanno tornando nei boschi e nelle campagne dell’Europa. Perché di questo si tratta. Di un ritorno alla grande di lupi, orsi, cervi, caprioli, camosci, aquile, foche, avvoltoi, oche, castori stambecchi… E bisonti: la specie europea che vive esclusivamente in una riserva che sta fra la Bielorussia e la Polonia.

Una ricerca commissionata dalla Rewilding Europe e realizzata da Zoological Society of London, Birdlife ed European Bird Census Council rivela numeri insperati fino a pochi decenni fa. Dal dopoguerra a oggi gli animali selvatici hanno recuperato percentuali che vanno dall’85% in più del camoscio alpino al 14.000% di crescita del castoro europeo. Merito della regolamentazione della caccia, delle leggi sulla protezione delle specie a rischio, dell’istituzione di parchi e aree protette, certo. Ma soprattutto della «migrazione» umana verso i centri urbani che, per dirla con Fulvio Fraticelli, ornitologo e direttore scientifico della Fondazione Bioparco di Roma, «ha pesato molto assieme alla diminuzione della caccia a cui tra l’altro era legata proprio quella cultura contadina oggi scomparsa». E che non si parli di presa di coscienza. «Ho paura che quando si parla di animali e di meccanismi dell’ecosistema si tratti più di emotività che di razionalità. Ci si emoziona per un cagnolino che soffre (e va bene, non dico di no) ma si tende a non pensare alla specie e alla sua funzionalità per l’ecosistema, appunto».

Il professor Luigi Boitani, docente di Zoologia alla Sapienza di Roma, conosce il rapporto della Rewilding Europe per aver partecipato alla sua realizzazione. «Noi in Italia contribuiamo molto a questi risultati» dice. «Che sono stupendi ma che ci capitano senza nessuna pianificazione. Il processo di rinselvatichimento è largamente indipendente dalle nostre leggi di conservazione. Ha fatto molto di più l’abbandono delle montagne e delle colline dagli anni Cinquanta in poi». E anche lui è convinto che troppo spesso le persone si occupino degli animali più con il cuore che con la testa. «Se ne parla e se ne scrive soltanto quando ci sono di mezzo situazioni sentimentali e pietistiche ma di fatto la gente non ha conoscenza di quello che ha attorno, della ricchezza della fauna, dell’importanza della conservazione delle specie».

Più cuore che testa, più emozione che cognizione. «Il nostro Paese ha una ricchezza di flora e fauna impressionante eppure ci sono bambini che a 10-12 anni non hanno mai visto una mucca, una gallina…» dice sconsolato Fabrizio Bulgarini, responsabile dell’area conservazione del Wwf Italia. «È vero che animali selvatici sull’orlo dell’estinzione negli anni Settanta oggi sono di nuovo in crescita ma non per tutti è così. Le allodole, per esempio, sono in calo drammatico». La natura è dinamica. Si adatta all’ambiente che trova, «quindi se l’aiutiamo può migliorare» è convinto Andrea Brutti, responsabile della fauna selvatica dell’Enpa. «Per cominciare basta partire dall’idea che gli animali sono una risorsa» dice. Un bene da moltiplicare, come le piante. Lo sa più degli altri il moscardino, quello della domanda numero due. La sua situazione da incubo è non avere abbastanza alberi vicini fra loro perché per sopravvivere ha bisogno che i rami si tocchino. (Giusi Fasano)

Ora tocca alla Ue perché la fauna non conosce confini

di DANILO MAINARDI Succede raramente di poter dare buone notizie sulla natura e i dati appena pubblicati relativi all’incremento negli ultimi 50 anni della fauna in Europa ci riempiono di soddisfazione. Sono il riconoscimento all’impegno che ha visto coinvolti scienziati e amministratori in una felice combinazione fra ricerca, buone pratiche e consapevolezza dell’importanza del patrimonio naturale. Un investimento che ha richiesto risorse ed energie, ma, come dice Marco Lambertini di Birdlife International, «la natura è capace di ritornare se le diamo una mano». E il guadagno è collettivo. Il ritorno di specie scomparse o il recupero di popolazioni ridotte al lumicino restituiscono infatti naturalità al nostro ambiente. La presenza di predatori e la disponibilità di prede sono garanzia di un controllo naturale delle comunità animali e vegetali e del mantenimento in equilibrio degli ecosistemi. Si affiancano poi altre ricadute. Penso al turismo e alle sempre più sentite esigenze di vivere esperienze nella natura. È tuttavia proprio ora che non bisogna sedersi sugli allori. Giungono già segnali preoccupanti che ci possono riportare indietro di decenni. Allevatori che si lamentano per le razzie compiute da orsi e lupi. Pescatori che si vedono sottrarre pesce dalle foche tornate ad abitare le coste. È bene rispondere con misure di compensazione agli eventuali danni, ma essere anche consapevoli che l’incremento della fauna comporta necessità di politiche gestionali condivise da tutti gli Stati dell’Unione europea, perché gli animali non riconoscono nazioni e confini. L’educazione ambientale ormai impartita da anni è auspicabile che abbia creato una generazione capace di mantenere i risultati ottenuti.

Corriere della Sera – 27 settembre 2013 

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