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Imprese e artigiani. La destra in Veneto si affida a Renzi. Gli imprenditori lasciano Lega e Forza Italia

di Michele Brambilla. C’è una parte d’Italia che può spiegare molti dei motivi del successo di Matteo Renzi.  È un’Italia di destra, o al massimo di centrodestra, che per la prima volta ha votato per la sinistra. È il Veneto. Il Veneto degli imprenditori e delle partite Iva; il Veneto che non aveva mai votato a sinistra.

Scrivo da Treviso perché, di questa parte d’Italia che ha «cambiato verso», Treviso è forse il luogo più simbolico. Lo è perché capitale di quella Marca che è stata il motore, negli ultimi decenni, dello sviluppo economico più miracoloso del nostro Paese. Lo è perché, appunto, zona «di destra» che aveva già dato il primo segnale di inversione di marcia l’anno scorso, quando Giovanni Manildo del Pd era diventato sindaco dopo un ventennio di primi cittadini leghisti. E lo è pure per una terza ragione. Treviso è il primo luogo che Matteo Renzi ha voluto visitare da presidente del Consiglio. Il giorno dopo aver ottenuto la fiducia è venuto subito qui, a incontrare studenti, sindaci e imprenditori. Perché? Ma è semplice: Renzi aveva capito che qui c’era la possibilità di una svolta storica.

Storica? Sì, storica. Il Veneto è, da quando esistono le elezioni, una terra proibita per la sinistra: regione più bianca d’Italia ai tempi della Dc, roccaforte leghista e berlusconiana nella Seconda Repubblica. Qui il centrodestra a volte ha vinto, a volte ha stravinto: come alle Regionali del 2010, quando Pdl e Lega insieme raggiunsero il 59 per cento.

Oggi il vento è cambiato. O sono cambiati i veneti, o è cambiata la sinistra. Fatto sta che già una ventina di giorni fa era arrivato un indizio importante: la Confartigianato regionale aveva reso noti i risultati di un sondaggio fra i suoi iscritti: il Pd era dato come primo partito con il 34 per cento; era al 9, un anno fa, fra gli artigiani. La fiducia personale nel premier e segretario Pd è stata poi stimata, nel sondaggio fra gli artigiani veneti, al 59 per cento: 41 punti in più di quanti ne aveva Bersani un anno fa. La fiducia in Berlusconi è calata dal 31 al 27; Salvini ha il 31, ma Maroni un anno fa aveva il 40. Solo il trevigiano Zaia, nel centrodestra, gode ancora di una fiducia altissima: 72 per cento.

Che cosa è successo? Che cosa è cambiato? Per capirlo bisogna prima dare un’occhiata ai risultati delle politiche dell’anno scorso. Dunque, dopo anni di vacche grasse leghiste e berlusconiane, in Veneto era andata così: Pdl al 18,5; Lega al 10,4; Scelta Civica al 10; Pd al 21,6; Movimento Cinque Stelle nettamente primo partito con il 26,5. A chi ha «rubato» i voti Grillo l’anno scorso? Non c’è il minimo dubbio: al centrodestra. Il risultato del Pd, infatti, era stato quello di sempre.

Ma il boom di Grillo in Veneto è già finito. Già fra gli iscritti a Confartigianato risultava un calo: dal 35 al 24 per cento. Secondo Natascia Porcellato, la sociologa che ha condotto per Demetra quel sondaggio, c’è stato uno sblocco psicologico: «Le scorse elezioni politiche sono servite ad aprire una breccia. Per la prima volta gli artigiani hanno smesso di votare compatti per il centrodestra e si sono orientati verso un altro partito, il movimento di Grillo. In pratica hanno rotto un tabù e a questo punto il passaggio verso un’ulteriore coalizione, in questo caso il centrosinistra, è diventato più digeribile».

Parlare di tabù e di rischio indigestione non è esagerato. Sentite il racconto che mi fa Bepi Covre, il primo sindaco leghista eletto in provincia di Treviso (a Oderzo) e imprenditore a Gorgo al Monticano: «L’altro ieri sono stato a una cena con una trentina di miei colleghi. Molti mi hanno detto: se lo sapesse mio padre si rivolterebbe nella tomba, ma quest’anno, per la prima volta, voto a sinistra». Sono parole importanti, perché spiegano anche gli errori di tutti i sondaggisti: il Pd è stato sottostimato perché gli elettori di centrodestra si «vergognano» a dire che votano per la sinistra, così come qualche tempo fa molti altri nascondevano l’intenzione di votare per Berlusconi o la Lega. Comunque, la conversione di massa dei veneti c’è stata. Covre me la spiega così: «In realtà non c’è stato uno spostamento a sinistra: c’è stato un interesse pragmatico per Renzi, un leader che parla un linguaggio nuovo. Grillo, invece, l’anno scorso ha preso molti voti da destra: ma adesso fa paura».

Perché paura? Dopo anni di crisi, il Veneto vede qualche piccolo segnale di ripresa: nel primo trimestre di quest’anno il saldo tra assunzioni e cessazioni è stato di più 33.000, e le esportazioni sono cresciute del 5 per cento. I veneti hanno pensato che una vittoria di Grillo sarebbe stata un salto nel buio. Siccome poi di Berlusconi non si fidano più, ecco perché Roberto Zuccato, presidente della Confindustria regionale, pochi giorni fa aveva dichiarato al Corriere del Veneto che «molti industriali vedono in Renzi l’ultima spiaggia». In un’altra intervista allo stesso giornale aveva detto: «Renzi rappresenta l’unica prospettiva reale di cambiamento». Segnali che non tutti hanno colto, ma che le urne hanno confermato, anzi addirittura reso più clamorosi.

La Stampa – 26 maggio 2014 

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