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In venti anni pensione al 33% del salario medio. Presentato il rapporto sullo stato sociale 2015. E Boeri ripropone il tema dell’equità intergenerazionale

«C’è un problema di equità intergenerazionale di cui tener conto: chi ha avuto molto di più, sotto il profilo previdenziale, potrà essere chiamato a dare un contributo di solidarietà a chi avrà in futuro pensioni molto più basse». Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riproposto ieri il suo punto di vista sul come assicurare sostenibilità al sistema previdenziale e anche sul come garantire un’adeguata copertura a quegli elementi di flessibilità dell’uscita dal lavoro (possibilità di andare in pensione prima dell’età fissata dalla riforma Fornero) che il governo vorrebbe introdurre nella prossima legge di stabilità.

L’occasione è stata la presentazione del “Rapporto sullo stato sociale, anno 2015” avvenuta ieri a Roma alla facoltà di economia della Sapienza di via del Castro Laurenziano. Il rapporto mette in evidenza, tra l’altro, il fatto che nel prossimo ventennio la pensione media si ridurrà sempre più rispetto al salario medio, passando dal 45% attuale al 33% nel 2036. Ma è critico nei confronti dell’ipotesi di Boeri: «Cercare risparmi di spesa ricalcolando con il metodo contributivo le pensioni già liquidate con il sistema retributivo, oltre alle difficoltà di reperimento delle informazioni necessarie- ha osservato ieri il suo curatore, Roberto Pizzuti- presenterebbe controindicazioni economiche ed equitative ; sarebbe di fatto un’imposta aggiuntiva sul reddito, che colpirebbe solo una parte dei pensionati e non necessariamente quelli con i redditi maggiori».

Nel dibattito è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, che dopo aver sottolineato l’esigenza di dare più sostanza a una politica industriale e europea ha difeso appassionatamente l’operato del governo: «In Italia stiamo riuscendo a stare nella disciplina di bilancio e la tempo stesso ad usare le risorse per ottenere degli effetti leva sulla crescita. Il Job act insieme alla decontribuzione sui nuovi assunti sta dando risultati importanti. Certo, si può sempre fare di più, ma vi ricordo che la legge di stabilità del 2015 è la prima legge espansiva degli ultimi 15 anni».

Di previdenza e politiche del lavoro hanno poi parlato ieri anche le parti sociali, ascoltate in modo informale in commissione Lavoro a Montecitorio. «Bisogna terminare l’esperienza degli ammortizzatori in deroga e pensare alle politiche attive, che rappresentano un nodo cruciale», ha suggerito ad esempio Giulio de Caprariis, vice direttore area lavoro e welfare di Confindustria, mentre Maurizio Petruccioli, segretario confederale Cisl, ha auspicato che «dai lavori della commissione possano emergere le soluzioni necessarie per migliorare il decreto legge sulla perequazione e spunti di riflessioni utili anche per il tavolo che si aprirà nei prossimi giorni fra il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali e le organizzazioni sindacali». Per la Uil «il sistema di calcolo della perequazione proposto dal Governo a seguito della sentenza della Corte costituzionale è insufficiente e inadeguato». Secondo questo sindacato l’Esecutivo «avrebbe dovuto fare una cosa molto semplice: ripristinare il diritto alla rivalutazione delle pensioni e discutere e definire, con i sindacati dei pensionati, le modalità e le entità dei rimborsi per il passato». Dal canto suo Nicola Marongiu, coordinatore della contrattazione sociale della Cgil, ha riferito che «c’è stata una richiesta unitaria di aumentare le risorse stanziate per i contratti di solidarietà; quelle attuali si stanno esaurendo e bastano solamente a coprire il 2014».

Rossella Bocciarelli – Il Sole 24 Ore – 9 giugno 2015 

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