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Industria del food. Il cibo gourmet piace ma l’export è basso. Il made in Italy è apprezzato all’estero ma le imprese sono ancora troppo piccole o con margini ristretti

La “gestione” dei prodotti alimentari italiani nel loro percorso dal produttore al consumatore ha seguito negli ultimi sei anni, per le circa 60mila aziende agroalimentari del Paese, strategie diverse. Se da una parte siamo la nazione con il più alto numero di denominazioni e prodotti d’eccellenza, dall’altra i dati su esportazioni, fatturati e margini sono ancora al di sotto dei livelli dei competitor mondiali.

È mancata a lungo la spinta verso l’innovazione e verso l’estero, la dimensione aziendale, il collegamento tra produttori e distributori, tavoli di confronto per un proattivo sistema paese. L’analisi è il risultato di uno studio condotto dall’università di Padova e supportato dai dati di PriceWaterhouseCoopers sui trend del settore e sullo stato di salute delle imprese italiane.

L’export delle aziende del food and beverage nel 2012 era il 23% del fatturato, contro il 36,4% della Spagna, il 32,4% della Francia, il 32,1 della Germania. Pesa lasottodimensionalità: le aziende grandi vanno meglio delle piccole, ma a fronte di una espansione dei ricavi non c’è un aumento della redditività (tra il 2009 e il 2013 il 34% delle aziende ha perso margini). Sotto il profilo della dimensione finanziaria, un quarto delle società è indebitato al di sopra del 91,9%(rapporto debiti-attivo), metà delle società sopra il 79,3%, un quarto sopra il 60,4%.

Ma lo studio padovano ha anche messo in evidenza le strategie vincenti per restare sul mercato. «Davanti ad un calo dei consumi interni del 14,2% dal 2005 al 2013, si “salvano” le aziende che investono in ricerca e innovazione – dice Antonio Parbonetti, professore di Scienze economiche e aziendali -, in capitale umano e sul servizio, ma soprattutto chi va all’estero in modo strutturato. I dati ci mostrano che all’estero c’è ancora moltissimo spazio per il nostro food». «Fino a dieci anni fa il mondo cercava sui motori di ricerca online il nostro lusso nell’abbigliamento o nella pelletteria – aggiunge Nicola Anzivino, Partner Pwc -; ora le parole più ricercate del made in Italy riguardano il vino e i prodotti alimentari gourmet». Le esportazioni di italian food mostrano un trend di crescita (+8% nel 2013 verso il 2012, +3,45 nel 2014), grazie proprio al traino del luxury food, ma la quota export del 23% è ancora troppo bassa rispetto alla media mondiale. L’industria alimentare made in Italy nel 2013 ha raggiunto un fatturato di 133 miliardi di euro con una crescita del 2,3% sul 2012, ma i ricavi medi per impresa alimentare è in Italia di 1,9 milioni di euro, contro i 50 degli Usa, i 13,4 della Gran Bretagna, i 3,4 della Spagna, a conferma di una sottodimensionaslità pericolosa. «Non solo – continua Anzivino -: all’estero c’è una quasi totale assenza di operatori italiani nella grande distribuzione, quindi c’è una scarsa valorizzazione dei prodotti nazionali. In questo scenario bisogna avere programmi di internazionalizzazione diversificati e mirare a posizionamenti premium, a nuove frontiere del lusso, e all’innovazione». Come ha fatto, ad esempio, Bauli con le acquisizioni (Bistefani) e uscendo dalla gabbia della ricorrenza natalizia. O Lunelli (Ferrari), che ha allargato la gamma dei prodotti (spumante Trento, grappa e ora prosecco Bisol). O il gruppo Principe-King San Daniele che ha allargato la gamma con prodotti che gli hanno permesso di essere al top in Germania.

Fa da scenario a tutto questo l’occasione irripetibile costituita da Expo 2015. Alla quale Pwc parteciperà anche con Expo Business Matching, una innovativa piattaforma web (vedi scheda) che ha l’obiettivo di far incontrare e creare occasioni di business tra le imprese italiane e quelle estere.

Il Sole 24 Ore – 27 febbraio 2015 

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