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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Notizie»Influenza aviaria Hpai nei bovini: cosa sappiamo. Facciamo il punto con il dottor Calogero Terregino direttore del Laboratorio di referenza europeo
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    Influenza aviaria Hpai nei bovini: cosa sappiamo. Facciamo il punto con il dottor Calogero Terregino direttore del Laboratorio di referenza europeo

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati12 Aprile 2024Aggiornato:14 Aprile 2024Nessun commento5 Minuti di lettura
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    A seguito della diffusione di un ceppo di influenza aviaria H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) in alcuni allevamenti di bovini da latte degli Stati Uniti, il Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria presso l’IZSVe precisa che al momento non sono stati riportati casi nei bovini e nell’uomo in Italia e nella UE.

    Video – intervista a Calogero Terregino Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle (IzsVE)

    Negli USA la presenza di tanti allevamenti di bovini da latte di grandissime dimensioni con ampi parchi esterni rende più frequente e diretto il contatto tra avifauna selvatica e animali da allevamento. In passato, il virus aveva già dato origine a eventi di spillover dagli uccelli selvatici a mammiferi domestici (carnivori) allevati con ridotte misure di biosicurezza, come per esempio gli allevamenti di visoni da pelliccia.

    L’EURL è in stretto contatto con le organizzazioni sanitarie internazionali e sta seguendo attentamente l’evolversi della situazione. Anche le autorità sanitarie nazionali, il Ministero della Salute e le Regioni, stanno monitorando la situazione per adottare eventuali misure di mitigazione del rischio.

    Oltre che gli animali, il virus negli USA ha contagiato anche un operatore del settore lattiero-caseario che era venuto a contatto con i bovini infetti, causando una congiuntivite. Il caso rappresenta un evento eccezionale, infatti è la prima volta che un uomo viene infettato da un bovino con un virus dell’influenza aviaria HPAI e ciò potrebbe essere dovuto ad una forte contaminazione ambientale e al mancato rispetto delle norme igieniche durante la mungitura. Non ci sono evidenze di trasmissione del virus per via aerogena.

    I ricercatori stanno cercando di capire le esatte dinamiche di diffusione di questo virus dai volatili ai bovini e tra i bovini. Non è chiaro infatti se i bovini degli allevamenti americani siano stati infettati da volatili selvatici o da altra fonte riconducibile ai tanti casi di HPAI nel pollame che hanno colpito e stanno tuttora colpendo gli Stati Uniti. Studi clinici e sperimentali sono previsti in USA e in Europa per chiarire questi aspetti. Il monitoraggio costante delle caratteristiche genetiche del virus e la condivisione delle sequenze all’interno della comunità scientifica permetteranno inoltre di individuare tempestivamente eventuali mutazioni pericolose.

    Sebbene siano stati identificati cambiamenti minori nella sequenza del virus identificato nell’uomo rispetto a quelle riscontrate nei bovini, entrambe le sequenze mantengono le caratteristiche genetiche tipiche dei virus aviari e per la maggior parte mancano di mutazioni che li renderebbero più adatti ad infettare i mammiferi. Il genoma del virus trovato nell’uomo presentava una modifica (PB2 E627K) nota per essere associata all’adattamento virale ai mammiferi, che era già stata rilevata in precedenza in virus HPAI H5N1 e altri sottotipi di influenza aviaria (es. H7N9) identificati in persone e animali infetti ma senza aver mai acquisito la capacità di diffondersi tra le persone.

    Il virus è stato rinvenuto anche in campioni di latte crudo proveniente dagli allevamenti coinvolti. A causa delle limitate informazioni disponibili sulla trasmissione del virus dell’HPAI nel latte crudo, la autorità americane hanno precisato che il consumo di latte pastorizzato o UHT rimane sicuro perché questi trattamenti sarebbero in grado di inattivare completamente il virus eventualmente presente. A titolo precauzionale, le stesse autorità hanno anche raccomandato all’industria lattiero-casearia americana di non produrre o vendere latte crudo o prodotti caseari a base di latte non pastorizzato provenienti da allevamenti bovini che mostrino sintomi di malattia.

    Date le caratteristiche genetiche di questo ceppo, l’attuale rischio per la popolazione umana rimane basso. Il livello di rischio è maggiore per le categorie professionali più esposte, come veterinari e allevatori, che entrano in contatto con il bestiame.

    I virus HPAI attualmente in circolazione in tutto il mondo, appartenenti al cosiddetto clade 2.3.4.4.b, presentano delle caratteristiche che li rendono estremamente contagiosi e in grado di colpire specie molto diverse tra di loro e questo comporta un innalzamento del rischio di contagio per l’uomo, in particolare per le categorie che lavorano a stretto contatto con animali sensibili al virus. L’alto tasso di diffusione del virus fra volatili selvatici, domestici e mammiferi, ha segnato il passaggio dall’ambito della sanità animale a quello della salute pubblica. L’EURL sta lavorando in sinergia con i servizi di prevenzione umana a tutela della salute pubblica, per studiare e prevenire possibili eventi di spillover, ed è impegnato nella ricerca e lo sviluppo di presidi vaccinali e terapeutici negli animali e nell’uomo.

    L’IZSVe inoltre è impegnato all’interno dell’Associazione degli Istituti Zooprofilattici nel progetto INF-ACT che punta ad aumentare le potenzialità di monitoraggio, previsione e le capacità diagnostiche e terapeutiche per un’efficace gestione di nuovi eventi pandemici generati da patogeni emergenti.

    Report EFSA-ECDC-EURL

    In un report congiunto pubblicato lo scorso 3 aprile, il Laboratorio di riferimento dell’Unione europea per l’influenza aviaria presso l’IZSVe (EURL), l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) avvertono che il virus dell’influenza aviaria H5N1 HPAI continua a diffondersi nell’Ue e in altre parti del mondo, causando un’elevata mortalità tra gli uccelli selvatici e salti di specie nei mammiferi selvatici e domestici.

    Secondo il report, oltre alle caratteristiche intrinseche del virus e alla suscettibilità dell’ospite, i fattori che più stimolano la mutazione e l’adattamento del virus ai mammiferi e ne rendono più efficace la potenziale diffusione, sono l’ecologia delle specie ospiti, le attività umane come alcune pratiche agricole e lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali, nonché i cambiamenti climatici e ambientali. Tra le misure di mitigazione del rischio di introduzione e diffusione del virus vi sono il rafforzamento delle infrastrutture veterinarie, l’applicazione di misure di biosicurezza negli allevamenti e la riduzione del contatto della fauna selvatica con gli animali domestici.

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