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L’intervista al ministro Lorenzin: «I reparti di emergenza arrancano ovunque, è tempo di togliere il blocco del turn over»

Michele Bocci. Un periodo nero per i pronto soccorso e in generale per l’emergenza in Italia. Ormai da mesi le barelle stazionano nei corridoi dei servizi di urgenza di tanti ospedali, fiaccati dall’influenza e non solo da quella. C’è stato il caso della neonata di Catania, quello dei bambini rimandati a casa dall’ospedale, sempre in Sicilia e in Emilia, e poi morti, adesso quello del paziente morto dopo l’operazione a Napoli. Per uscire dal caos bisogna cambiare l’organizzazione e in certi casi ci vuole più personale. Sono due delle linee indicate dal ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin.

Cosa sta succedendo, ministro?

«Non credo che i casi di sospetti errori siano più della media. È che in questo periodo c’è una maggiore attenzione sul sistema di emergenza sanitaria e tutto viene amplificato. Per me va bene, è un fatto positivo: parlare dei problemi serve a fare un passo avanti per risolverli».

Resta il fatto che le difficoltà nei pronto soccorso ci sono. Perché?

«I fattori sono più d’uno. Intanto spesso ci va chi non ci deve andare. Ma non colpevolizziamo i cittadini, bisogna piuttosto che le reti territoriali funzionino meglio per dare risposta fuori dall’ospedale ai loro bisogni. E devono essere le Regioni ad agire perché questo succeda. Dove c’è un servizio organizzato di medici di famiglia che grazie anche al sistema di guardia medica sono in grado di assicurare una presenza 24 ore su 24, dove in generale c’è offerta di prestazioni sanitarie territoriali, si tiene sotto controllo l’inappropriatezza. Dove questo sistema non funziona i pronto soccorso esplodono».

In questi giorni si è parlato di far pagare i pronto soccorso. Ma i ticket sui codici bianchi non erano già stati introdotti?

«Si, sono presenti quasi ovunque e io sono d’accordo con questa misura. Poi spetta alle Regioni farla rispettare nei vari ospedali ».

La morte della bambina in Sicilia non aveva a che fare con il dipartimento di emergenza.

«Premesso che quanto è successo deve ancora essere chiarito, lì abbiamo visto manifestarsi un altro problema diffuso: le reti dell’urgenza che non funzionano. Devono essere ben strutturate, sono necessarie ambulanze attrezzate e piani di emergenza per i problemi neonatali, per l’ictus e l’infarto. Va bene tagliare i piccoli ospedali ma se questo viene fatto va potenziato il servizio di elisoccorso e più in generale la rete del 118».

Il Cardarelli di Napoli è in difficoltà ormai da settimane. Un uomo è morto su una barella in osservazione dopo un intervento.

«Non mi esprimo su quel caso perché non lo conosco. Il Cardarelli, come altri ospedali soprattutto nelle regioni in piano di rientro, ha il problema di essere al centro di una rete territoriale che non dà alternative in fatto di pronto soccorso. Così finisce che le persone vanno a cercare aiuto nell’unico punto di riferimento rimasto in una certa zona. Una cattedrale nel deserto che oltretutto per alcune specialità offre assistenza di alto livello, quindi attrae ».

Riorganizzazioni a parte, che spettano alle Regioni, come si esce dai problemi dell’emergenza?

«Va tolto il blocco del turn over, almeno in certi casi. Ci sono amministrazioni locali, in piano di rientro, che da 10 anni non assumono. Io sto provando un po’ alla volta a farlo, ma il Mef ogni tanto riblocca tutto. Il punto è che la sanità non può essere paragonata ad altri comparti pubblici, perché ha a che fare con la salute delle persone. Ci sono strutture che hanno carenze di personale, e bisogna intervenire per risolverle».

Repubblica – 25 febbraio 2015 

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