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La corsa contro il tempo degli operai dell’Expo: “Accampati nel cantiere qui si lavora anche di notte” . A 95 giorni dall’inaugurazione, in 3500 lavorano per consegnare i padiglioni

Il nevischio è stato sostituito da una pioggia fine, che sembra scendere da un setaccio, è un tempo da lupi e si sente ridere forte: «Oh, ci ha chiamato Spiderman, l’uomo ragno, mo’… e se torna tra un po’ gliela facciamo vedere che non si è sbagliato troppo…». Sono le sei e mezza, è ancora buio, il capocantiere non può fare niente se gli operai, mentre indossano l’imbracatura e i ramponi, scherzano con gli estranei.

Sembrano pronti per le Dolomiti, invece la loro destinazione è il tetto convesso dell’Expo center. Sono tre cupole che ricordano le dune del deserto, vanno ricoperte con lunghe assi di legno chiaro, sollevate da una gru, a quaranta metri d’altezza.

Una coda di camion, furgoni, fuoristrada si allunga minuto dopo minuto nella mattina che fatica a spuntare, ognuno deve essere identificato grazie ad un telefonino che legge i microchip del lasciapassare. «Lo chiamano il cantiere dell’Expo, ma qui ogni giorno ci sono cento ditte che lavorano tutte insieme e non devono mai sovrapporsi. Nessuno deve ostacolare gli altri, su un’area di oltre un milione di metri quadrati ogni giorno cambiamo la viabilità, abbiamo — dice l’architetto Claudio Salomoni, volto sempre sorridente sotto la zucca pelata — un calendario pazzesco, ci sono 3mila e 500 operai ogni giorno — ripete — e questo per noi è “il cantiere dei cantieri”, perciò lasciali parlare tutti, quelli che tifano per il fallimento, ma il fatto è che non c’è mai stata in Italia una cosa così».

Orgoglio. Dopo ventiquattr’ore tra padiglioni, colline, alberi da piantare e mattonelle da appiccicare; dopo quattro turni di mensa — due pranzi, una cena, una colazione — nel campo base a Rho dell’Expo 2015; dopo aver dormito qualche ora in una delle “baracche” degli operai, sembra quasi di poterlo vedere, questo orgoglio che nasce dal su- dore. Padiglione dell’Azerbaijan, con il geometra Salvatore Mazza, siciliano, meno di 40 anni: «Questi vetri sono aerospaziali, stiamo mettendoli uno accanto all’altro, per formare due grandi sfere, in questa sfera che è quasi pronta ci sarà un albero, e in quell’altra pure, ma capovolto, con tutte le radici, li voglio far restare tutti a bocca aperta quelli che verranno».

Padiglione del Giappone, unico con la bandiera: «In estate sono arrivati in Italia i larici del Giappone, sono stati portati a Borgosesia, dove c’è una ditta specializzata nell’incastrarli l’uno nell’altro. Ma siccome è una ditta relativamente piccola, e non potevano realizzare tutto loro, allora — racconta l’ingegner Vincenzo Di Piezzi — hanno fatto scuola, formando due squadre, che stanno qui e senza un chiodo faranno arrivare questi incastri là in cima…». Alla base di questo “reticolo” bagnato dalla pioggia, odoroso, vivo, favolistico, una dozzina di giapponesi fotografa.

Padiglione della ditta Vanke, multinazionale cinese del settore immobi-liare, progetto di Daniel Libeskind. All’inizio lo chiamavano «la schiena del drago», rosso, e non ancora ricoperto di mattonelle, sempre rosse. Sghembo, storto, di grande impatto visivo. Adesso, ma al progettista non osa dirlo nessuno, lo chiamano “Il Gabibbo” (e anche di peggio). Però, come si vanta uno dei responsabili, «quando al mattino saliamo lassù in cima, e vediamo che come noi stanno lavorando in alto solo quelli di Palazzo Italia…». A Palazzo Italia «non c’è un angolo retto», spiega per prima cosa l’ingegner Vincenzo Filannino, raccontando dell’”uovo”, dei «pannelli che simboleggiano le radici», mentre il geometra Fabio, imbacuccato come un eschimese, sorveglia i fabbri e i saldatori, riconoscibili tra le scintille, sino alle quattro del mattino.

C’è così tanto da vedere, dentro Expo, che gli stessi lavoratori, dice l’occhialuto Scardella, che sta finendo uno dei padiglioni più impressionanti, intitolato “Cacao e riso”, sacrificano qualche oretta di tempo per «andare a vedere come lavorano gli altri. Qui c’è una specie di riassunto di tutto quello che c’è oggi di meglio si costruisce al mondo ».

Operai da mille e 600, mille e 700 euro al mese dormono nelle “baracche” del campo base, poco più di 500 posti, ma chiamarle “baracche” è riduttivo: sono camere singole, con water, lavandino, doccia, che poco dopo cena sono già immerse nel silenzio. Solo dalla baracca 23, unica illuminata accanto al posteggio, sale a basso volume la musica dei Village People, per l’esattezza “Ymca”. La porta è aperta. I tecnici della metropolitana milanese, incaricati della sicurezza dei cantieri, festeggiano con due bottiglie e un panettone i cento giorni che mancano all’inaugurazione di Expo: «Per carità, non scriva niente, se no ci diranno che invece di lavorare balliamo».

Ma perché mai? Sono due anni che questo gruppo di architetti, ingegneri, impiegati lavora notte e giorno, seguendo tutti i turni degli operai, verificando che il cemento sia davvero cemento: perché avere quasi paura di dire che prendersi una pausa è un diritto, che si crea un’occasione speciale per essere un po’ più amici? La prudenza dei dirigenti è lontana dalle “squadre” iperspecializzate degli operai, agli artigiani che piegano ferro e legno, all’aristocrazia d’acrobati della manualità: «C’è la gente che parla e la gente che lavora » taglia corto Stan, che viene da Monfalcone, ed è «l’uomo delle corde, il capoposto, lui dice “si va” e noi, se c’è lui, andiamo», dicono Pasquale, Emanule e Sajmir. E anche il geometra della Maltauro, azienda commissariata, elenca: «G 2 finito, abbiamo terminato D, L, E, e siamo in consegna di B 2», e manco s’accorge che non si capisce “un’acca”, quello che vuol farci sapere è che «abbiamo il cantiere senza ritardi».

Per spiegare il lavoro che viene fatto per impedire alle gru di scontrarsi quando brandeggiano sui cantieri, ai camion di non intasare le strade, alle squadre di operai di non sovrapporsi, il responsabile dei lavori dei cantieri Expo, Alessandro Molaioni, braccio destro del “numero uno” Giuseppe Sala, usa la parola «sincronia». Eppure, quello che ci tiene a mostrare — dopo un tour iper-tecnologico tra canali, centraline Enel interrate e acciai — sono gli alberi. Ci porta vicino: «Ne pianteremo di questi anche vecchi di 35 anni, alberi da ombra. Saranno ventimila, e vede lì, quei canali che corrono lungo il perimetro, guardi laggiù, il grande teatro», dice, arrampicandosi sulla collina Mediterranea, sotto la colonna sonora dei pistoni, in mezzo a laghi di fango dove dolcemente si cerca di non scivolare.

Repubblica – 27 gennaio 2015 

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