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La crisi senza fine del latte: in un anno chiuse 110 stalle. «Si produce sotto costo». Con il fine quote eccesso di produzione che ha portato all’abbattimento del suo valore di vendita

Negli ultimi 12 mesi, solo in provincia di Verona hanno chiuso 110 stalle. Nel 2014, nel territorio veronese, si contavano 736 allevamenti attivi, alla fine dell’anno scorso ne erano rimasti 626.

La crisi del settore lattiero caseario si sta abbattendo con estrema durezza anche sugli allevatori scaligeri e, senza un’inversione di tendenza, il rischio è che nei prossimi mesi si aggravi. Se si guarda a livello regionale, la tendenza è ancora più preoccupante: nell’ultimo decennio in Veneto hanno chiuso 3.896 stalle, cioè il 48,1% di quelle attive nel 2005. La ragione è piuttosto semplice: da quando nell’Unione Europea non esistono più le «quote latte», si registra un eccesso di produzione che ha portato all’abbattimento del suo valore di vendita. All’estero, soprattutto nell’Est Europa, costa meno produrlo che in Italia e le aziende di trasformazione impongono prezzi molto bassi anche ai nostri produttori. «Al termine delle proteste dell’anno scorso – analizza Michele Pedrini, presidente di Cia Verona – è stato raggiunto un accordo tra agricoltori, industrie e Ministero delle Politiche agricole: le aziende, fino a tutto marzo, avrebbero acquistato il nostro latte a 36 centesimi il litro. Ora il problema è doppio: produrre il latte in Italia costa tra i 40 e i 42 centesimi al litro e, quindi, già si produce in perdita ed in più, al termine del mese, gli allevatori temono che il prezzo d’acquisto diminuisca ulteriormente». In effetti, nessuno sa cosa potrà accadere alla fine di marzo, quando il patto sarà scaduto, ma il timore è che porti ad un’ondata di nuove chiusure, vista l’insostenibilità economica della nostra produzione. «Occorre tornare ad un controllo delle frontiere – spiega Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona – per evitare importazioni che diventano made in Italy solo perché confezionate nel nostro Paese, tenendo fuori tutto quello che le nostre norme vietano, per motivi sanitari o tecnologici. E occorre permettere subito le semine di mais ogm, che porterebbe a un risparmio pari a un quarto della spesa sostenuta».

E sul tema importazioni anche la Coldiretti scaligera è d’accordo: «I consumatori non lo sanno – dice Claudio Valente, presidente Coldiretti Verona – ma quasi la metà, cioè il 45% di latte e latticini consumati in Italia proviene dall’estero e di solito si tratta di prodotti di bassa qualità. Nel frattempo nelle nostre montagne le stalle vengono chiuse e il problema diventa sociale e ambientale». (Sam. Nott.)

Il Corriere del Veneto – 11 marzo 2016 

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