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La «melina» dei partiti per non perdere i finanziamenti pubblici. Dopo tre mesi si riparte da zero

Ma la decisione di ricominciare l’iter dalla commissione Affari costituzionali almeno un risultato l’ha ottenuto, oltre a quello di alzare l’ennesimo pallonetto a Beppe Grillo che dal suo blog accusa: «Restituite il malloppo».

Finalmente è caduto il velo di ipocrisia che ha circondato fin dall’inizio la proposta del governo di Enrico Letta. E si è finiti, com’era ipotizzabile, nel pantano. La verità è che questa presunta abolizione del finanziamento pubblico, dopo il sacrificio imposto ai partiti scorso anno con il dimezzamento degli scandalosi rimborsi elettorali, risulta indigesta a tutti. Indigesta per il centrosinistra, che pure ha fatto culturalmente passi da gigante dal punto di partenza, per esempio affidando la certificazione dei bilanci a un revisore esterno, principio poi reso obbligatorio per legge: i problemi economici a mantenere strutture come quelle del Pd ci sono eccome. E non va affatto giù neppure al centrodestra, nonostante il suo leader Silvio Berlusconi sia stato il più lesto a cavalcare l’onda dell’abolizione del finanziamento in campagna elettorale. Sotto i suoi governi il finanziamento pubblico dei partiti è cresciuto a dismisura, con leggine approvate da tutti quelli che ora le hanno bollate come vergognose. Per una curiosa coincidenza, proprio mentre il parlamento era alle prese con questo provvedimento, procedeva in pompa magna l’allestimento della nuova sontuosa sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma. Con descrizioni da Mille e una Notte. Così l’obiettivo di ciascuno è diventato quello di limitare i danni, se non mettere in difficoltà l’avversario. O magari salire sul trenino di quella legge per portare a casa qualche indecente furbizia. Ecco quindi spuntare dal fronte del Popolo della libertà un emendamento per depenalizzare il reato di illecito finanziamento ai partiti, la buccia di banana sulla quale sono scivolate legioni di parlamentari e di piccoli ras locali azzurri. Un’idea che ha però fatto insorgere i deputati del Partito democratico, i quali la considerano semplicemente irricevibile: anche perché i suoi elettori, già poco inclini alla comprensione di qualche umana debolezza democratica, li spellerebbero vivi. Allora è il Pd che insiste perché venga messo un tetto ai finanziamenti privati, con la motivazione che senza un limite ai contributi i partiti possano essere preda dei condizionamenti: fosse di una multinazionale, di qualche finanziaria, o semplicemente di un riccone. E come sempre capita, appena fanno una mossa i democratici trovano subito qualcuno pronto a scavalcarli a sinistra. Spunta così, dalle parti di Sinistra, ecologia e libertà, la proposta di vietare di contribuire finanziariamente alla vita politica di un partito a coloro che hanno riportato una condanna in via definitiva per reati gravi. Emendamento «ad personam», visto che individuare l’obiettivo è un gioco da ragazzi. Trattasi di Silvio Berlusconi, reduce dalla mazzata che gli ha appena assestato la Cassazione: quattro anni per frode fiscale, con tutto ciò che ne consegue. Inutile dire che nessuna di queste proposte ha la minima possibilità di passare. Perciò si riparte dal via, per un altro giro che dà speranze solo agli inguaribili ottimisti. Nell’attesa che il tempo passi, e che magari con tutto quello che c’è da fare (e soprattutto da dire) quella legge già pasticciata in partenza finisca definitivamente spiaggiata. La lista dei precedenti è lunghissima: il dimezzamento dei parlamentari, l’abolizione delle Province… Anche su quelle cose, alla pari della presunta abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, non giuravano (quasi) tutti di essere d’accordo?

Sergio Rizzo – Corriere della Sera – 13 settembre 2013

Soldi ai partiti, nuovo stop alla legge. Ma Letta avverte: accordo o il decreto

ROMA — La Camera rispedisce in commissione Affari costituzionali il ddl del governo sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma subito dopo è rissa tra partiti di maggioranza, mentre l’opposizione attacca. «Basta rinvii» intima la Lega Nord. «La maggioranza vuole insabbiare la legge, la casta tenersi il malloppo», tuonano i grillini,che, proprio ieri, hanno subito dall’Ufficio di Presidenza (che ha negato loro la direttastreaming) il “processo” per aver esibito lo scorso weekend uno striscione “pro-Costituzione” dal tetto di Montecitorio. Dodici deputati del 5Stelle sono stati “condannati” tra le polemiche a cinque giorni di sospensione. «Peggio di un tribunale», si sono lamentati i parlamentari 5Stelle. E poi ancora: «Trattati come scolaretti». «Dalla Boldrini discorsetto da maestrina radical chic».

Ma sull’abolizione del finanziamento pubblico trema il governo. Il premier nei giorni scorsi aveva detto di voler rispettare l’impegno di approvare la legge entro l’autunno. «O l’accordo — aveva avvertito Enrico Letta — o il decreto».

«O si trova un accordo dal punto di vista politico — è l’ultimatum del Pdl per voce di Mariastella Gelmini, relatrice in commissione — oppure si prende atto che senza intesa sul provvedimento, la maggioranza non c’è più». La commissione dovrà rinominare i due originari relatori, Gelmini per i berlusconiani e Emanuele Fiano per il pd. Quindi esaminerà gli emendamenti depositati nei giorni scorsi e a tempo di record (l’accordo è per la settimana prossima, a partire dalla seduta di martedì), tornerà in aula.

I nodi politici, tuttavia, restano aggrovigliati. Il Pdl ha proposto un emendamento, il 5.50, che riscrive le sanzioni penali per il finanziamento illecito: prevede in sostanza pene da 6 mesi a 4 anni per chi non rispetta le regole del finanziamento ai partiti, fra queste la tracciabilità delle erogazioni superiori ai mille euro, il deposito da parte dei tesorieri alla Camera dell’elenco di chi ha elargito più di 5 mila euro, l’iscrizione del finanziamento nel bilancio delle società. Punti condivisi in linea di massima dai democratici che però temono che la proposta contenga qualche “trucco” per salvare qualche processo in corso. Esprime questa preoccupazione Fiano, co-relatore per il Pd:«Stiamo valutando — ha precisato con la dovuta diplomazia — gli effetti di questo testo sul futuro e sul passato». Sul tetto delle erogazioni da parte di privati, però, è scontro. «Consideriamo irrinunciabile un massimo di centomila euro», precisa ancora Fiano. «Da liberali — replica Gelmini — non riteniamo che si debba vincolare la libertà dei cittadini di disporre del proprio patrimonio perché questo punto di vista concettuale è illiberale». «Noi del Pdl — aggiunge — siamo disponibili a votare il testo del governo così com’è. Non possiamo accettare,però, che si pongano ostacoli al finanziamento privato».

A surriscaldare la tensione, l’attacco del presidente della Commissione, il pidiellino Francesco Paolo Sisto, che ha accusato i democratici di volere il rinvio, e quindi di voler prendere tempo, perché «divisi». «Altro che divisioni nel Pd — gli ha risposto Rosy Bindi — il rinvio del ddl è dovuto al senso di responsabilità del nostro gruppo parlamentare,perché su questa legge sarà difficile trovare un accordo di maggioranza ». «Per il Pd — ha precisato Fiano — il provvedimento può tornare in aula in qualsiasi momento, non daremo il nostro assenso a nessuna manovra dilatoriadel Pdl».

Repubblica – 13 settembre 2013 

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