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La lotta animalista per salvare gli agnelli. «Nuovi limiti sull’età della macellazione»

Agostino Gramigna. Gli animalisti la chiamano strage di Pasqua. Nulla a che fare con gli umani, naturalmente. Le vittime, spiegano i loro rappresentanti, sono i milioni di capretti e agnellini macellati che ogni anno di questi tempi finiscono nei piatti degli italiani. Gli animalisti si battono per sconfiggere la «mattanza» e più di un’idea per frenarla ce l’avrebbero.

Michela Vittoria Brambilla è presidente del Movimento Animalista ma è anche una parlamentare. E come tale rivendica l’iniziativa politico-legislativa che a suo parere potrebbe limitare le «stragi»: «Ho presentato 37 proposte di legge. Tra queste c’è quella di vietare la macellazione di animali che non hanno raggiunto l’età adulta». Il consumo, aggiunge, è in costante diminuzione: «Siamo passati dagli 812 mila capi macellati durante il periodo pasquale del 2010 ai circa 420 mila del 2017». Brambilla è vegana, non mangia carne. Nella querelle è di parte. «Non voglio però vietare niente a nessuno. Invito soltanto le persone a documentarsi, a vedere come vengono uccisi gli animali. Noi non abbiamo il diritto di far soffrire un’altra creatura».

Ricorda un suo aneddoto Carla Rocchi, ex sottosegretario alla Salute, oggi presidente dell’Enpa, un’altra associazione animalista in prima linea nella battaglia per l’agnello (vivo). «Il ministro mi diceva: si ricordi che il fumo fa male, ma la carne di più». Il ministro in questione era Umberto Veronesi, nei primi anni duemila a capo della Sanità italiana. L’Enpa ha lanciato il suo grido di battaglia con una campagna comunicativa forte: il simbolo è una foto di bambina con un agnellino. Lo slogan recita: «Pasqua buona. Lei crescerà lui no».

La questione investe naturalmente tutta la galassia animalista. Che prende di mira non solo i metodi degli allevatori e l’intera filiera della carne; l’obiettivo, più ambizioso, è quello di sconfiggere la tradizione. Che sarà spazzata, ne sono convinti, dalla comunicazione sui social, dalla Rete.

Carla Rocchi per esempio è sicura che dietro i dati pubblicati dall’Istat, che segnerebbero un punto a favore degli animalisti (dai 5 milioni tra capretti e agnelli uccisi nell’intero anno 2013 si è scesi ai 2,8 milioni del 2017) ci sarebbe proprio Internet. «Sul web sono molti i video che mostrano cosa succede a questi poveri animali. Scene terribili. I ragazzi vedono le immagini, ne restano sconvolti e poi quando i genitori gli propongono la carne in tavola la rifiutano». Rocchi suggerisce di fare come hanno fatto i francesi per un certo periodo: mettere le telecamere dentro i luoghi dove avviene la macellazione. «Più che vietare sono convinta che sia molto più efficace mostrare».

Di recente a Napoli la querelle «pasquale» ha visto su fronti opposti Comune e commercianti. L’assessore Roberta Gaeta aveva emanato un’ordinanza che vietava l’esposizione di agnelli nelle vetrine delle macellerie. «Vedere oggi capretti e agnelli scuoiati fa male soprattutto ai bambini». I commercianti hanno fatto ricorso al Tar che ha dato loro ragione.

La querelle tuttavia non è solo politica. Assume diverse forme. Si gioca a distanza, anche a colpi di cultura e di menù. Prendete la Lega Antivivisezione. Un’idea ce l’avrebbe: a Pasqua a tavola perché non presentare una varietà vegana? E giù con le ricette a base di mandorle, anacardi, formaggi, pasta fresca, sformati di verdura e dolci a base di cioccolato. Tutto, insomma ma non l’agnello. Del resto è vero che questo animale resiste nelle abitudini degli italiani a Pasqua (il 36% per cento delle famiglie non ci rinuncia) ma, dicono diversi masterchef e nutrizionisti, nel borsino dei prodotti che compaiono nei piatti salgono di molto verdure e legumi. Come cicoria, carciofi, peperoni, zucchine, asparagi…

Il Corriere della Sera – 30 marzo 2018

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