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La resistenza dei signori del latte. Prezzi più bassi? Sotto “quota 40” rischio-chiusura per allevamenti Nord-Italia

1a1a1_latte_16492-2Sotto «quota quaranta» lo zoccolo agricolo del Nord-Italia rischia di chiudere nel giro di sei mesi-un anno. Quaranta centesimi, anzi 40,7, per l’esattezza: fino al 31 marzo scorso il prezzo di riferimento pagato dalle industrie per un litro di latte ritirato «alla stalla». Un numeretto di importanza capitale per le 5.393 imprese lombarde che assicurano il 41% del latte munto in Italia. Nella regione, la Lombardia, che si prepara a ospitare l’Expo «verde», gli allevatori di casa non si sono mai sentiti così soli. E lo stesso vale per la filiera veneta, piemontesi ed emiliana. Luigi Barbieri, direttore di Confagricoltura lombarda: «Quaranta centesimi al litro per noi sono veramente il minimo. Sento girare voci su prezzi intorno a 32 centesimi. Se sono vere, il settore chiude in sei mesi, al massimo 1 anno».

Ettore Prandini, numero uno regionale di Coldiretti: «Gli industriali fanno fronte comune per ribassare i prezzi». Mario Lanzi, presidente della Cia sempre in Lombardia: «Negli ultimi due anni le istituzioni non hanno fatto niente, né a livello locale, né nazionale». La nuova crisi del latte è cominciata il 31 marzo scorso, quando è scaduto il contratto firmato dalla Galbani con i suoi fornitori. Da quel momento l’intera filiera lombarda e poi quella veneta, piemontese, emiliana si sono ritrovate senza un parametro guida (40,70 centesimi appunto). È una vicenda che soffre di limiti storici e di rovesci più recenti. Il deficit di produzione strutturale, per esempio. L’Italia ha diritto a una quota Ue pari a 10,8 milioni di tonnellate all’anno. Ma la domanda del nostro mercato si aggira intorno ai 17-18 milioni di tonnellate all’anno. Ciò che manca viene importato. In teoria gli allevatori italiani sarebbero in condizioni di spuntare guadagni più alti, visto che vendono tutto lo stock. In realtà non è così. L’aumento dei costi e il calo generalizzato dei consumi stanno erodendo i margini delle aziende di trasformazione. I manager tagliano dove possono e, in questo momento, appare relativamente facile comprimere i costi alla voce «allevamenti». Il mercato è di fatto spaccato in due. Il 50% del latte alimenta la lavorazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano. Qui le quotazioni toccano anche 42-43 centesimi al litro.

Opposto lo scenario nell’altra metà del campo (latte fresco, mozzarella e formaggi), fortemente condizionato, ormai da diverso tempo, dal gruppo Lactalis. La multinazionale francese controlla Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli, Président, Cademartori, Casale Torrealta. Ultimo acquisto: Parmalat. Coldiretti stima che da solo il gruppo transalpino ritira più del 10% del latte prodotto in Italia. Quanto basta per farne il leader indiscusso.

E se i francesi non rinnovano il contratto con le stalle, perché dovrebbero farlo i concorrenti più deboli? Fa eccezione il mondo delle cooperative, come Granarolo, che continua a pagare almeno 43-44 centesimi ai soci-allevatori. Nell’ultimo mese la forza al ribasso degli industriali sembra aver piegato la resistenza degli allevatori. Prandini (Coldiretti) sostiene che «le aziende Lactalis arrivano a fatica a 37 centesimi». Fabio Caporizzi di Burson- Marsteller riferisce per conto di Lactalis Italia: «Quello precedente (40,7 centesimi) era un prezzo record. Ora non può che scendere a fronte dell’acuirsi della crisi economica e del surplus produttivo di latte».

La multinazionale già diversifica le fonti di approvvigionamento: 60% dall’Italia, 40% da Francia, Germania e Austria, dove il latte di base costa 32 centesimi al litro (più il trasporto). Se è vero, come dice Lanzi della Cia, che da Milano a Roma, le istituzioni non si muovono, non resta che sperare che si proceda rapidamente all’attuazione del «pacchetto latte» approvato da Bruxelles. Lì ci sono gli strumenti per ricondurre la definizione dei prezzi a un tavolo di trattativa.

Corriere della Sera – 6 maggio 2012

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