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La resistenza delle vecchie Province. La legge Delrio ancora nel limbo. Mancano i decreti attuativi, gli Enti conservano le loro competenze

di Sergio Rizzo Che fine ha fatto l’abolizione delle Province? Ascoltiamo che cosa ha detto il 6 agosto il senatore democratico Paolo Russo: «Dicevano che era solo una sceneggiata, che la legge 56 che aboliva le Province, e di cui sono stato anche relatore al Senato, non avrebbe cambiato nulla. E invece qualche minuto fa, votando l’articolo 28 della riforma del Senato, abbiamo definitivamente cancellato le Province anche dalla Costituzione».

Comprendiamo l’entusiasmo. Ma non condividiamo tanto ottimismo. La strada della riforma costituzionale purtroppo è ancora molto lunga, come Russo non può non sapere. Ben che vada, le Province spariranno definitivamente nel giro di qualche anno. E poi la famosa legge 56 non ha affatto abolito le Province. Ma ne ha cambiato la natura. In più adesso si è scoperto che mancano i decreti attuativi per cui neanche le modifiche previste da quella legge sono mai diventare operative: dovevano essere pronti per luglio, ma non se ne avrà notizia, pare, prima di settembre. Eppure i cambiamenti di quella legge non sarebbero nemmeno marginali.

Saremmo infatti ingenerosi se non ammettessimo che eliminando il livello elettivo provinciale è stato raggiunto un risultato importante. Perfino epocale, per come vanno le cose in Italia. Certo, il meccanismo va messo a punto. E non vorremmo che alla fine le vecchie logiche dei partiti, pur senza l’elezione diretta da parte dei cittadini, finissero per sopravvivere. Il sospetto viene, leggendo la nota della Provincia di Modena con la quale si comunica il rinvio al 4 ottobre delle elezioni del nuovo presidente e dei nuovi 12 consiglieri che dovranno essere designati (a Modena come in tutte le altre Province) da 697 fra sindaci e consiglieri comunali: rinvio necessario «al fine di concedere alcuni giorni in più ai gruppi politici per la raccolta delle sottoscrizioni e la presentazione delle candidature». Come se non ci fosse stato abbastanza tempo: la legge 56 è stata approvata il 7 aprile scorso, quasi cinque mesi fa.

C’è poi la faccenda che riguarda le funzioni. È chiaro che finché non verranno ripartite fra i Comuni e le Regioni, le Province continueranno tranquillamente a vivere, sia pure formalmente un po’ diverse. Quasi tutte: vale la pena di ricordare che nella Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, dove le disposizioni sull’abolizione del livello elettivo diretto provinciale non erano state recepite, i cittadini sono stati chiamati a rinnovare il consiglio provinciale di Udine neppure un anno fa. A dimostrazione del fatto che il partito delle Province è tutt’altro che sconfitto.

Un nodo cruciale, questo. Perché se dovesse andare in porto, come ci auguriamo, la riforma della Costituzione, si tratterà di vedere come la scomparsa delle Province dalla carta fondamentale potrà conciliarsi con una legge che continua a riconoscere a quegli enti competenze come la viabilità, i trasporti, l’ambiente, le scuole…

Non a caso gli esperti del gruppo coordinato da Massimo Bordignon, incaricato dal commissario della spending review Carlo Cottarelli di analizzare i costi della politica a livello locale, suggeriscono nel loro rapporto di «prevedere che una volta abolite le Province sul piano costituzionale e deciso quali funzioni e risorse ritornano nell’alveo statale, tutte le funzioni e le risorse residue passino alle Regioni, lasciando poi a queste decidere come delegare funzioni e risorse. Questo andrebbe anche nella direzione di semplificare e ridurre il numero di decisori locali e la sovrapposizione di funzioni fra livelli di governo». Saranno ascoltati?

E la faccenda delle città metropolitane, che dovrebbero sostituire le Province nei grandi agglomerati urbani, non è meno spinosa, come sottolinea sempre il rapporto Bordignon. Intanto per la curiosa indicazione di alcune zone da eleggere ad aree metropolitane: per esempio, Reggio Calabria. A dimostrazione del fatto che si è trattato di una scelta basata su considerazioni politiche «piuttosto che parametri oggettivi». Ma poi per il fatto che il territorio dovrebbe coincidere con quello delle vecchie province, «anche se non è ovvio che le funzioni proprie delle città metropolitane siano adeguate per il vecchio territorio provinciale».

In tutto questo c’è chi insiste, come il governatore della Campania Stefano Caldoro, perché invece delle Province vengano abolite le Regioni. Ma questa è un’altra storia. Nemmeno troppo campata per aria: solo molto, ma molto più complicata.

Corriere della Sera – 23 agosto 2014 

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