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La strada stretta di Arcuri. Faccia a faccia con Giorgetti dopo gli attacchi della Lega. Sotto accusa per i ritardi e il caso delle Primule 

Repubblica. Quando ieri mattina il commissario Domenico Arcuri si è svegliato per prima cosa ha fatto due cose: controllare il telefono e leggere le notizie di giornata. Sul telefono non era arrivata alcuna telefonata di Mario Draghi, che mai ha sentito direttamente da quando l’ex presidente della Bce è diventato premier. Le notizie raccontavano, invece, di un vertice tra il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e i vertici di Farmindustria a cui il Commissario non era stato invitato. Quando in tarda serata è rientrato a casa, due, tra le tante, erano le cose accadute. Il telefono era restato muto. E Arcuri aveva partecipato alla riunione con Giorgetti e Farmindustria.
Che accadrà oggi quindi? Che fine farà il commissario Arcuri? È questa la domanda che da giorni si ripete nei corridoi del governo e del potere romano. «Due soli conoscono la risposta: il premier Draghi e il suo sottosegretario Roberto Garofoli. E sono silenziosissimi», sorride una fonte di governo.
Per capire qualcosa di più è, quindi, necessario rimettere le cose in ordine e analizzare quanto accaduto in queste ultime settimane. Subito dopo l’entrata in carica del nuovo governo, ci sono stati contatti diretti tra il Commissario e Palazzo Chigi. Seppur mai direttamente con il premier. Nei colloqui sono state chieste informazioni sulla situazione, una relazione che poi è stata il centro del discorso di Draghi alla Camera sul piano vaccinale. E un messaggio sostanziale di fiducia. Sulla base di un ragionamento: «L’Italia nella prima parte ha avuto ottime performance, con i complimenti della Von Der Leyen. Continuiamo così».
Quello che è accaduto nei giorni successivi non è stato però esaltante: i dati sono peggiorati per via delle basse consegne. E a causa dei piani di somministrazione delle Regioni che, dopo una prima fase felice (anche perché non complessa: si vaccinava in ospedale), hanno cominciato a fare acqua. Accanto a performance peggiori è successo anche altro: la Lega, direttamente con il segretario Matteo Salvini, ha chiesto discontinuità. Tradotto: la testa di Arcuri. Lo stesso ha fatto anche Fratelli d’Italia dall’opposizione, individuando nel Commissario il trait d’union tra l’esperienza Conte e quella di Arcuri. È successo però altro. In questa complessa situazione politica si è esplicitata anche una difficoltà di comunicazione tra la struttura commissariale e la Protezione civile, o per lo meno un pezzo di essa: quella che fa capo ancora a Guido Bertolaso, non a caso indicato dalla Lega come l’uomo perfetto per il piano vaccinale. E quella che in un certo senso si rifà ad Agostino Miozzo, il numero uno del Cts, che in queste ora ha rapporti tesi con la struttura commissariale. L’inchiesta sulle mascherine della procura di Roma ha posto infatti una questione: chi ha autorizzato le mascherine, di scarsa qualità, importate da Menotti? «Il Cts, come prevede la legge», ha spiegato ieri Arcuri. Dunque, Lega e pezzi di Protezione civile farebbero volentieri a meno del Commissario. Chi lo difende? La politica, dopo mesi di venerazione, è come nelle migliori tradizioni afona. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, non ha mai nascosto la stima. Da Chigi guardano, come se “il caso Arcuri” non fosse in cima all’agenda di governo: dopo aver incassato l’addio alle primule e essersi assicurati di una gestione collegiale, con Esercito e Protezione civile, si aspettano risultati nel piano di somministrazioni, comunque in capo alle Regioni (non a caso ieri Bonaccini ha chiesto la convocazione dello Stato-Regioni). E un piano per la produzione. Sul futuro di Arcuri resta dunque scritta ancora una data: 30 aprile, scadenza del suo mandato. Domani, però, è un altro giorno.

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