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La strage degli elefanti. Il simbolo dell’Africa avvelenato col cianuro per farne soprammobili

Ogni anno i bracconieri uccidono un decimo della popolazione dei pachidermi, ora verso l’estinzione Sono le zanne, sempre più richieste, a metterli a rischio. E la loro sorte rispecchia quella del Continente L’ultimo caso: ottanta animali sterminati in Zimbabwe

I bracconieri li hanno uccisi versando nelle pozze d’acqua del cianuro, quello che si usa nelle miniere d’oro: sono oltre ottanta le carcasse di elefanti trovate nei remoti abbeveratoi del Hwange National Park, nello Zimbabwe; una strage, perché con loro sono morti molti altri animali che si erano abbeverati con l’acqua contaminata e avvoltoi e altri predatori che si sono cibati delle carcasse dei pachidermi.

Ora nove bracconieri sono stati arrestati e il nuovo ministro dell’Ambiente Saviour Kasukuwere ha promesso pene più severe; ma il disastro è compiuto e purtroppo non sarà l’ultimo. Bisogna tener presente che i bracconieri sono gli abitanti più poveri di terre sempre più affamate, disperati e disoccupati pronti a delinquere come avviene a ogni latitudine, compresa l’Italia, dove si brucia una macchina, si ammazza o si vende l’anima a chi paga meglio. Abbattono gli animali con i kalashnikov, ne segano le zanne, lasciano i corpi nella savana. Sradicano la ricchezza dalla loro terra.

Povertà, ignoranza, delinquenza: è tutto collegato. I mercati chiedono avorio per trasformare una delle creature più grandi della terra in bacchette da riso o insulse statuine che prendono polvere in salotto, mentre la carcassa dell’animale marcisce.

Un essere capace di piangere, diceva Darwin, di fare amicizia e di avvicinarsi ad ascoltare gli umani che cantano. Gli elefanti hanno un cervello simile al nostro, capace di ricordare, capace di complesse relazioni sociali e di grandi emozioni: possono provare terrore, compassione, coraggio. I pachidermi si proteggono a vicenda, emettono una specie di brontolio quando sono soddisfatti, comunicano su lunghe distanze con suoni molto bassi, una frequenza non udibile dagli umani.

Non stupisce che siano cari (e utili) a un miliardo di persone: da poco, a metà settembre, milioni di indiani hanno festeggiato «Ganesh Chaturthl», la nascita di Ganesh, dio portafortuna dalla testa di elefante. Non abbastanza persone lo pregano, evidentemente.

Il simbolo d’Africa viene così ammazzato dai poveri, per fame. E per lui il rischio di estinzione è sempre in agguato: la responsabilità è dei cinesi, ma anche dei turisti europei, nordamericani, orientali, di faccendieri. I principali trafficanti sono Cina e Hong Kong: lo lavorano e lo rivendono su Internet. L’avorio può giungere in Egitto dagli Stati confinanti, dal Sudan, che ha pochi controlli. A lungo anche l’Egitto è stato un mercato di scambio.

Con i pachidermi è anche un patrimonio estetico a scomparire: la bellezza in grado di farci amare la vita, come dimostrano ad esempio le immagini di Nick Brandt, che fotografa tanti degli animali più maestosi di Madre Africa.

L’estetica, presso gli antichi greci, era inscindibile dall’etica: commuoveva e aiutava a vivere meglio. Non per nulla «an-estetizzare» significa non far provare più nulla, dunque una forma di morte, di insensibilità.

La caccia selezionata, quella che paga profumatamente per uno dei «Big Five» in sovrannumero (leone, elefante, rinoceronte, leopardo e bufalo) in un certo senso limita i danni. Nemmeno si può dire ai disperati che avvelenano le pozze di cianuro, quello che dice la moglie di sir Francis Macomber – in un celebre racconto di Hemingway – al marito: «Non fate gli eroi per tre inermi animali che avete preso, cacciando con l’automobile. Siete insopportabili».

“Sono traditi dalla loro stessa bontà Voglio salvarli dalla ferocia dell’uomo”

Nick Brandt racconta la sua mostra e il suo libro, in uscita in Italia

«H o sofferto molto, quando è morto Igor, perché a ucciderlo è stata proprio la bontà del suo carattere». Nulla lascia presumere che Nick Brandt stia parlando di un elefante selvaggio del parco keniano Amboseli, quando racconta questa tragedia. Nulla è ordinario, del resto, nella missione del fotografo londinese che si è messo in testa di salvare questi animali dall’estinzione: «Ogni anno denuncia – i bracconieri in cerca di avorio uccidono il 10% dell’intera popolazione mondiale di elefanti. Di questo passo, senza qualche intervento forte per fermarli, tra un decennio non esisterà più nemmeno un esemplare».

Brandt ha appena pubblicato «Nella terra ferita», il libro che completa la sua trilogia cominciata nel 2005 che in Italia uscirà il mese prossimo con Contrasto. Così adesso i tre titoli, letti in sequenza, compongono questo avvertimento: «On This Earth, A Shadow Falls, Across The Ravaged Land», su questa Terra cade un’ombra nella terra ferita. Al libro si aggiunge una mostra, aperta a New York e Los Angeles.

Perché ha cominciato questa campagna?

«Tredici anni fa, quando andai per la prima volta in Africa, quel continente era un paradiso. Ora è in corso una distruzione che non possiamo più ignorare».

Uomini e animali hanno convissuto per millenni: come mai proprio adesso stiamo andando verso il massacro?

«Noi siamo stati sempre uguali, ma ora la tecnologia ci ha dato gli strumenti per la distruzione su scala industriale. I nostri insediamenti si allargano, gli spazi per gli animali diminuiscono, e i mezzi per uccidere diventano più sofisticati. Europa e Nord America ci sono già passati, ora tocca anche all’Africa».

Il caso degli elefanti, però, è particolare. Perché?

«La domanda di avorio, cresciuta soprattutto in Cina e nell’Estremo Oriente, li mette più a rischio di altri animali. La classe media cinese è aumentata, e vuole questo materiale come simbolo del proprio status. Di conseguenza è salito il prezzo, da 200 dollari per libbra nel 2004, ai 2.000 dollari di oggi. Ciò ha reso il contrabbando molto più redditizio, e ormai l’avorio viene usato anche per finanziare le guerra in Africa».

Come vengono uccisi gli elefanti?

«In vari modi, dalle fucilate ai mitra. Alcuni bracconieri lasciano in terra angurie avvelenate, condannando gli animali che le mangiano a una morte lenta e orribile. Spesso strappano le zanne quando sono ancora vivi, ma molti clienti neppure lo sanno: pensano che siano denti, e che una volta estratte gli elefanti continuano a vivere».

Come è nata la sua passione per questi animali?

«Sono i miei preferiti, per la personalità, l’intelligenza, il modo di essere».

Che tecnica usa per catturare le loro immagini?

«Passo settimane intere senza scattare nulla. Gli animali sono come gli uomini: hanno carattere, personalità, faccia specifica. Bisogna aspettare il momento giusto, per riprenderli con la massima espressività».

Ci racconta la storia di Igor?

«Era un grande elefante molto socievole e fiducioso. Mi ha fatto avvicinare per scattare le foto, ma proprio questa sua bontà lo ha esposto alla ferocia dei bracconieri che lo hanno ucciso».

Si era appassionato anche a una femmina, chiamata Qumquat.

«Era una matriarca. I bracconieri le uccidono perché sanno che gli altri membri della famiglia tornano a cercarle, e così li attirano in trappola. Il 27 ottobre del 2012 la fotografai, con le figlie Qantina e Quaye, e i nipoti: 24 ore dopo erano tutti morti».

Come si ferma questa strage?

«Bisogna convincere i governi ad applicare le leggi contro la caccia. La chiave è coinvolgere le comunità locali, dimostrando che la conservazione della natura è un affare migliore del bracconaggio. A questo scopo ho creato la Big Life Foundation, che ora finanzia 315 ranger attivi nella regione di Amboseli: furono proprio loro a catturare gli assassini di Qumquat».

La Stampa – 28 settembre 2013 

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