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L’analisi. Troppi appetiti sulle pensioni. Va evitato l’assalto alle casse dello Stato della vecchia pratica dei prepensionamenti

Walter Passerini. Per alcuni sono solo un oggetto del desiderio, per altri un colpo basso, per tutti il rischio di un disastroso contributo al debito previdenziale. Le pensioni sono un’aspirazione e una condanna. Quello che oggi va evitato è l’assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato, e la vecchia pratica dei prepensionamenti. La tavola è grande, la tovaglia è corta.

La mensa degli esodi anticipati nella pubblica amministrazione, prevista dal decreto del ministro Maria Anna Madia, ha molti commensali, con appetiti diversi, e mette a nudo la fragilità del sistema, che non può reggere più solo dal lato delle uscite per decorrenza dei termini, ma dipende sempre più dalle entrate di nuovo personale contributore, oggi sempre più scarse.

Da un angolo si alzano pesanti critiche alla cancellazione dei cosiddetti trattenimenti in servizio, da parte di dirigenti, quadri, magistrati, costretti ad andarsene a 70 anni e non più a 75 (“Dopo di noi il diluvio”, dicono); dall’altro, cresce lo sconcerto per la norma che permette alle amministrazioni di lasciare a casa tutti i dipendenti che hanno raggiunto la contribuzione piena: si parla di almeno 60mila persone in un triennio; un sollievo per la spesa in stipendi, un ulteriore carico per il sistema pensionistico. Le stime più accreditate fotografano 250 mila dipendenti pubblici con più di 60 anni potenzialmente interessati, tanti, anche se meno del 10%. Molta attesa nasce all’altro capo del tavolo dall’introduzione, prevista nel disegno di legge delega che ha tempi più lunghi, di un nuovo strumento sul quale nutre grande fiducia il ministro. E’ la cosiddetta staffetta generazionale, così congegnata: introduzione del part time per i dipendenti pubblici vicini alla pensione (cinque anni), con riduzione del 50% dello stipendio ma con la garanzia del 100% dei contributi. Chi li paga? Il paradosso è che lo Stato otterrebbe un risparmio della metà degli stipendi, che sarebbe vanificato dalla garanzia della contribuzione piena pubblica. Secondo un’autorevole stima, se aderissero al part time 50 mila dipendenti, con una retribuzione media stimabile in 40 mila euro l’anno, si avrebbe un aggravio per lo Stato di un paio di miliardi, grosso modo quanto si risparmierebbe con l’ingresso di 15 mila giovani in sostituzione di dipendenti più anziani, più costosi e meno produttivi. Insomma, il rischio della tela di Penelope.

Senza contare, al di là dei costi, l’effetto domino che avrebbe l’introduzione dei prepensionamenti con scivolo nel pubblico, mentre il privato piange. Sarà esemplare e simbolica la conclusione della vicenda Alitalia nella quale, avendo escluse cassa integrazione e mobilità, resterebbe aperto per circa 2500 dipendenti l’esodo incentivato: a carico di chi? Per banche e assicurazioni venne escogitato il Fondo esuberi a carico parziale delle aziende, a differenza di ciò che successe per meccanica, energia, carta, porti, ecc. Vanno trovate nuove risorse, mentre bruciano ancora le storie di oltre 300 mila esodati, secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, un vero dramma umano: «In termini di urgenza abbiamo davanti gli esodati, il fatto cioè che ci sono persone in età avanzata che perdono il lavoro e, nonostante gli ammortizzatori sociali, cassa integrazione, mobilità, non arrivano al pensionamento». I 160 mila finora salvaguardati ci costano 12 miliardi da qui al 2020. Il puzzle non funziona più e non riesce a trovare nuove forme. Eppure tutti sanno che le nubi sul futuro previdenziale segnano pioggia. I giovani hanno sempre più di frequente contratti intermittenti, che impediscono loro di costruire una pensione dignitosa. Quelli che optano per il contributivo (vedi le donne con 57 anni e 35 di contributi) perdono almeno un quarto dell’assegno. A stipendi bassi corrispondono pensioni basse che, ci dicono gli scenaristi, dovranno essere integrate dallo Stato. E non tranquillizza la situazione dell’Inps, che ha mangiato l’Inpdap, un boccone pesante che ha portato il deficit strutturale a 24 miliardi. L’importante per un governo non è mandare avanti i funamboli della contabilità, che spostano le pedine più in là e non risolvono i problemi. Occorre lanciare una battaglia di emergenza per l’occupazione, mettendo sul tavolo la verità.

Walter Passerini – La Stampa – 18 giugno 2014 

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