Breaking news

Sei in:

Lavoro, 76mila imprese hanno chiesto gli sgravi per fare assunzioni stabili. Boeri (Inps):“Domande in soli 20 giorni, segnale incoraggiante”

Ripartono le assunzioni, sulla scia degli sgravi contributivi e delle aspettative di ripresa. Dall’1 al 20 febbraio 76.000 imprese hanno fatto richiesta per la decontribuzione prevista dalla legge di Stabilità: «Le assunzioni potrebbero essere molte di più», aggiunge il presidente dell’Istituto, Tito Boeri, precisando che i dati completi arriveranno a fine maggio.

E infatti la Fondazione dei consulenti del Lavoro calcola che nei primi due mesi del 2015 le assunzioni con l’esonero contributivo sarebbero arrivate già a 275.000, anche se nell’80% dei casi si tratterebbe della stabilizzazione di un rapporto di lavoro esistente. Il governo si aspetta ancora di più dal Jobs Act, entrato in vigore il 7 marzo: «A fine mese avremo dati più consolidati — dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti — ma gli elementi che ho sono di una importante intenzione del sistema imprenditoriale ed economico ad agire in questo modo». Ottimista anche Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd: «Bene i primi dati Inps su assunzioni e su effetti Jobs Act. Le riforme per il lavoro danno frutti per ridare centralità al lavoro stabile», twitta.

Anche perché le prospettive di ripresa si fanno sempre più definite, in tutta Europa. «La maggior parte degli indicatori conferma che si sta avviando una ripresa consistente. — dice il presidente della Bce Mario Draghi, intervendendo ad un convegno del Sueddeutsche Zeitung a Francoforte — Sta crescendo la fiducia delle imprese e dei consumatori. Le previsioni di crescita sono state riviste al rialzo. E i prestiti bancari sono in aumento sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta». Per l’Italia lo confermano eloquentemente i dati dell’Abi: i finanziamenti alle imprese nel trimestre novembre 2014-gennaio 2015 sono cresciuti del 4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per i mutui l’incremento è del 35% e per il credito al consumo dell’8,1%. Nel solo mese di febbraio il totale dei finanziamenti a famiglie e imprese rappresenta il miglior risultato dal luglio 2012. Certo, Draghi è ancora cauto: sottolinea che per rendere duraturi i risultati della ripresa l’Unione Europea deve raggiungere una solida convergenza economica e istituzionale, e per questo traguardo le riforme sono fondamentali: come buona pratica cita proprio la nuova normativa italiana sul mercato del lavoro. In un rapporto pubblicato poche ore prima dell’intervento di Draghi la Bce sottolinea come «riforme significative nel mercato del lavoro e le liberalizzazioni potrebbero far aumentare il Pil di oltre il 10% nel lungo termine» per l’Italia.

Tra i buoni segnali della giornata di ieri spicca l’andamento del Dax tedesco, che raggiunge il suo record assoluto, chiudendo per la prima volta le contrattazioni oltre i 12.000 punti: il Quantitative Easing della Bce in generale ha un effetto di forte traino sui mercati, e non solo su quelli europei. A inizio settimana si accentua anche il calo del petrolio. Il greggio scambiato a New York segna i nuovi minimi dal 2009 grazie alla prospettiva di una soluzione negoziale al problema del programma nucleare dell’Iran, che sbloccherebbe la produzione. Deludono solo i dati Usa sulla produzione industriale a febbraio, in lievissimo rialzo, ma leggermente al di sotto delle attese (più 0,1%).

Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare

Federico Rampini. Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.

Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.

Siamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.

Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?

Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).

Repubblica – 17 marzo 2015 

Leave a Reply
 

Your email address will not be published. Required fields are marked (*)

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

site created by electrisheeps.com - web design & web marketing

Back to Top