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«Caro Monti, ecco come s’intacca la spesa sanitaria regionale»

Ta dinamica della spesa sanitaria italiana è significativa. Picchi impressionanti si sono verificati dalla fine degli anni Novanta, quando è praticamente raddoppiata, passando dai 55,1 miliardi del 1998 ai 101,4 miliardi dei 2008.

Poi il trend di crescita è rallentato per effetto dell’introduzione del principio “chi rompe paga” (l’aumento delle addizionali regionali all’Irpef per chi sfora i bilanci): in ogni caso oggi si sono superati i 110 miliardi. Il dato mette in evidenza due elementi. Il primo è che la spesa sanitaria cresce per effetto dell’invecchiamento della popolazione conseguente all’innalzamento dell’età media; il secondo è che i processi di decentramento devono essere accompagnati da seri meccanismi di responsabilizzazione, altrimenti la spesa finisce fuori controllo. Il decentramento è importante perché permette modelli calibrati sulle specificità territoriali. Oggi in Italia abbiamo vari modelli sanitari, quello lombardo o veneto è diverso da quello toscano o emiliano: è un fattore di efficienza perché permette di valorizzare specifiche situazioni e tradizioni. Tuttavia il decentramento implica la responsabilizzazione regionale sul piano finanziario: se lo stato interviene con ripiani a piè di lista (l’ultimo fu attuato nel 2008 dal governo Prodi con 12 miliardi di euro) la spesa finisce fuori controllo, soprattutto nelle realtà meno efficienti. Si è, infatti, parlato spesso delle inefficienze regionali nella Sanità italiana, dove abbiamo dieci regioni (insieme contano circa 29 milioni di abitanti) sottoposte a piani di rientro e cinque commissariate, oberate da inefficienze e debiti pregressi, generati e tramandati in modo bipartisan dai vari governatori. Ma la situazione italiana nel complesso non è male: siamo secondi al mondo per qualità (l’aspettativa di vita da noi è più alta di quella della Germania) e undicesimi per la spesa, molto inferiore non solo a quella degli States (di circa il 50 per cento) ma anche a quella dei principali paesi europei. Si dice che dipenda anche dalla salubrità della dieta mediterranea; in realtà se questa vi concorre, non basta certo a spiegare il risultato. La verità è un’altra: nella Sanità italiana si trova il meglio e il peggio dei paesi industrializzati. Ad esempio, nel Lazio dopo stagioni in cui i debiti pregressi hanno raggiunto i 18 miliardi di euro, al momento rimangono, pur dopo le varie vicende di ripiani statali, ancora assestati a ben 11 miliardi di euro. L’inefficienza, quindi, continua a concentrarsi in alcune regioni, le “solite note”, dove la situazione è, da un lato, figlia del passato perché le risorse per garantire i servizi vengono drenate per coprire il pregresso; dall’altro è generata dall’oggi essendo spesso disatteso il vero problema. Una seria programmazione dell’organizzazione della Sanità. Ci si impegna (quando va bene) in termini ragionieristici sui piani di rientro — tagliando posti letto — ma si stenta a riprogettare la macchina dell’assistenza con tutto ciò che vi sarebbe connesso: chiudere gli ospedali piccoli e quelli inutili, potenziare i servizi territoriali e le strutture intermedie (piccola radiologia, medici di base, ecc.). La programmazione è invece l’unica strada per riportare efficienza. E il federalismo fiscale è il solo modo per favorire questi processi: perché attraverso i costi standard certifica gli sprechi e attraverso il rafforzamento dell’autonomia fiscale elimina l’aspettativa del ripiano statale. Un governatore che non affronta la riprogrammazione del sistema dovrà quindi affrontare gli elettori, con un costo politico ben maggiore dell’inerzia.

Il Foglio – 10 maggio 2012

Luca Antonini presidente Copaff (Commissione tecnica paritetica per il federalismo fiscale)

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