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«Chi si batte per gli animali non ignori i malati». Il filosofo: è inutile preoccuparsi dei polli in batteria se non si prova empatia per chi vive attaccato a una macchina

«Gli animalisti sollevano un problema vero: che diritto abbiamo di prendere qualcuno che vive e di manipolarlo, di usarlo come mezzo per i nostri scopi? È una domanda centrale anche per il nostro futuro — basta pensare a quello che stiamo facendo all’ambiente — eppure in un certo senso nuova, proprio perché l’umano, per definizione, è l’animale che vive e prospera usando altri animali: da sempre li addomestica, li uccide, li mangia. Si è costruito così come vivente».

Felice Cimatti, 54 anni, filosofo, insegna all’università della Calabria, e con questi interrogativi si confronta da tempo: ha appena dato alle stampe per Laterza Filosofia dell’animalità , una riflessione sul rapporto tra l’uomo e gli altri animali. Sul caso di Caterina Simenson, la ragazza malata insultata sul web perché ha difeso la sperimentazione sugli animali, però, vuole fare una premessa: «Ci sono stati attacchi davvero violenti e assurdi. Inutile preoccuparsi per un pollo in batteria se poi non si prova empatia per una giovane che deve vivere attaccata a una macchina. Credo che queste persone tradiscano il senso dell’animalismo. Ciò detto, la questione rimane».

Tra le obiezioni che le hanno mosso, c’è che oggi la medicina può fare a meno dei test sugli animali. È vero?

«Si sono già fatti molti passi avanti in questa direzione. Ed è ovvio che se si possono evitare, non vanno usati. Ma cosa succede se non abbiamo alternative? Se scopriamo che possiamo trovare una cura per la sclerosi multipla solo sacrificando cento scimpanzé? Questa è la questione vera da un punto di vista medico, prima ancora che filosofico».

Gli «antispecisti» sostengono che non possiamo usare gli altri animali, perché significherebbe presupporre che siamo migliori, che la nostra vita vale più della loro, e così non è.

«È una risposta assoluta, come se non esistessero soluzioni intermedie, e cade nella trappola che vorrebbe denunciare: l’antropocentrismo».

Perché?

«Si tendono a riconoscere i diritti solo agli animali che più ci “assomigliano”: gli scimpanzé, per esempio, o quelli che hanno un sistema nervoso o una forma di linguaggio. In questo modo l’uomo torna a essere la misura di tutto, quello da cui discende il valore degli altri animali».

L’India, questa estate, ha vietato di tenere i delfini negli acquari definendoli «persone non umane»…

«Non è che un topo soffre meno di un delfino. Nessuno, per esempio, si preoccupa degli insetti. Perché? C’è un esperimento mentale ben noto in filosofia: provare a pensare che una zanzara sia grande come un cane. Non ci verrebbe più da schiacciarla, così, sovrappensiero».

Sta dicendo che bisogna essere ancora più radicali degli animalisti?

«No, che bisogna imparare a prendere in considerazione l’alterità degli animali, dobbiamo smettere di umanizzarli. Questo cambia radicalmente la prospettiva, anche se non semplifica la questione».

In che senso?

«La vita è appropriarsi di altre forme di vita e metterle dentro di sé. È inevitabile. Invece alcuni animalisti estremi hanno immaginato leoni geneticamente modificati per diventare erbivori. Perché gli animali non si dovrebbero mangiare e le piante sì? Perché le pecore ci sembrano più simili a noi dei carciofi?».

Così è una vertigine, non se ne esce…

«Appunto. A me non sembra possibile una forma di vita che non mangi un’altra forma di vita. Ma più consideriamo la questione in forma generale, più diventa intrattabile».

E quindi cosa bisogna fare?

«Distinguere. Dobbiamo opporci allo sfruttamento industriale degli animali: lì l’aspetto più spaventoso è la violenza sistematica. Su questo gli animalisti hanno il merito di farci guardare ciò che preferiamo non vedere. E credo che abbiano ragione loro: sul lungo periodo probabilmente smetteremo di mangiare gli animali, così come abbiamo abolito la schiavitù».

E per quanto riguarda la medicina: lei dice sì o no alla sperimentazione sugli animali?

«Se l’alternativa è: o vivo io o vivi te, io cerco di difendermi. Ma una risposta unica a questa domanda non c’è. Dobbiamo continuare a porcela, di caso in caso. E intanto lavorare per renderla meno urgente. Infine si potrebbe immaginare una sorta di “consenso informato”».

Consenso informato?

«Si potrebbe dire ai pazienti, prima che prendano una medicina, se è costata la vita a degli animali. In modo che possano decidere se usarla o no».

Lei lo farebbe?

«Non lo so, me lo chiede ora, ma se ne avessi davvero bisogno per la mia vita … Non direi di no».

Elena Tebano – Corriere della Sera – 29 dicembre 2013 

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