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Le fameliche orate di allevamento che devastano le colture di cozze e ostriche. Fuggite dalle vasche, sono irrobustite dal caldo. “Perdiamo il 70% del prodotto”

 Ma quanti bei pesci, nel Golfo dei Poeti. Pure troppi. Si divorano i mitili e le ostriche degli allevamenti spezzini, approfittando del fatto che davanti al porto sia vietato pescare. Sono oltre seicento quintali di pregiatissime orate: più grosse e voraci di quelle comuni. Pare discendano da esemplari fuggiti dalle vasche dell’acquacultura toscane e del Tigullio ligure, di sicuro sono incredibilmente aumentate nel numero e si sono irrobustite grazie anche alla temperatura del mare, che qui è salita di 5 gradi rispetto alle medie passate. «Ci stanno causando enormi danni, perdiamo il 70% del raccolto. Lasciateci usare le reti prima che sia troppo tardi», hanno chiesto ufficialmente gli allevatori al Ministero per le Politiche Agricole e Forestali. Come per i cinghiali, e sempre per colpa dell’uomo, anche per le orate la situazione sembra stia scappando di mano. Che guaio.
«Inquinamento genetico »,denunciano. «Dobbiamo ristabilire l’equilibrio naturale».
Lo chiamano Golfo dei Poeti perché di questo mare si erano già innamorati Dante e Petrarca, poi Charles Dickens, Virginia Woolf, George Byron. Nella seconda metà dell’Ottocento, tra Portovenere e Lerici — col porto di La Spezia al centro, il paradiso delle Cinque Terre poco lontano — la gente del posto si è messa ad allevare quelli che qui chiamano muscoli, e altrove cozze. «Un prodotto legato al territorio, di grande qualità: una storia secolare», spiega Paolo Varrella, presidente della Cooperativa Mitilicoltori Associati (90 iscritti, fatturato fra i 3 e i 4 milioni di euro l’anno). I vivai, compresa una piccola parte dedicata alle ostriche, sono soprattutto all’interno della diga: la zona è interdetta alla pesca professionale.
«Nel Duemila abbiamo cominciato a fare i conti coi pesci predatori, che divorano tutto: dagli innesti del seme, al mitile adulto. E sono anche in grado di rompere i gusci delle ostriche. In passato riuscivamo a gestire i danni, rinunciando grosso modo a un quinto del raccolto». Adesso, invece no. «Le perdite sono diventate impossibili da sostenere: le orate aumentano, hanno un appetito formidabile. Un tempo arrivavano in aprile e restavano fino a metà ottobre: ora non se ne vanno più». Di solito la cooperativa raccoglie 25-27.000 quintali di prodotto. «Se quest’anno arriveremo a 6.000, sarà un miracolo. Una quindicina di soci ha già dovuto trovarsi un altro lavoro». Perché sono così numerose, forti e affamate, le orate del Golfo dei Poeti? Qualcuno mette in relazione il fenomeno con le vasche di acquacoltura presenti lungo le coste vicine, a levante come a ponente. Lì orate e spigole d’allevamento sono abituate a mangiare tanto, bene. E per incidenti alle strutture, eventi come le mareggiate, può accadere che a volte evadano. Dopo la “fuga”, scelgono di dirigersi verso le calde, protette acque spezzine. «Il cambiamento climatico incide sulle popolazioni dei pesci, ma ha effetti diversi a seconda delle specie: non credo incida sul metabolismo; piuttosto, sulla riproduzione ». Antonio Di Natale, biologo della Fondazione Acquario di Genova, esperto Onu per la pesca sostenibile, membr o di Ocean Rights, spiega: «Le orate stanno aumentando, come i tonni e le aguglie. Il pesce spada diminuisce, forse a causa di una pesca eccessiva. Si tratta di cicli naturali. C’è stato un momento di cui sono diminuite le acciughe, ma ora stanno tornando. Le stime si fanno incrociando modelli matematici. E dando un’occhiata ai prezzi sul mercato». A proposito: «Si dovrebbe pescare meglio. Invece dei gamberi rossi, puntare su pesci poveri come tombarelli, boghe, trigliette: dal valore nutrizionale e gastronomico maggiore. La gente purtroppo ha perso l’abitudine a consumarli». Il professor Corrado Piccinetti, biologo marino all’Università di Bologna, dice che il 99% del pesce sulle nostre tavole arriva da allevamenti: 10.000 tonnellate di orate e altrettante di spigole o branzini ogni anno, più 20-25.000 importate dall’estero. Il clima e l’uomo possono influire in maniera sensibile sulle specie di pesci: «Ma sono alti e bassi ciclici: in mare l’equilibrio torna sempre da sé, naturalmente».
I mitilicoltori però non possono più aspettare: «Stimano 600 quintali di orate nel golfo, ma secondo me sono molte di più», dice Varrella. Bisogna rimettere le cose a posto. «Collaboriamo con Enea, Cnr e altri centri di ricerca: la nostra proposta è usare sensori intelligenti di nuova generazione per studiare la popolazione ittica e poi intervenire in maniera mirata. Ma ci devono dare l’opportunità di pescare per i prossimi 3 anni, tutti i giorni». Nel frattempo, a modo loro ci pensano quelli che lo fanno per sport: qualche subacqueo e poi, dai moli del porto spezzino, i dilettanti armati di canna. Per legge non potrebbero recuperarne più di 5 chili, c’è chi ne ha fatto un secondo lavoro: sul mercato, le orate non d’allevamento si vendono a non meno di 25 euro il chilo. E nel golfo è così facile: basta gettare l’esca, che abboccano voraci.

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