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Le promesse sulla pubblica amministrazione e quei medici e infermieri sempre trascurati. Se il il Servizio sanitario nazionale è la punta avanzata del comparto pubblico, perché il ministro Brunetta sembra ignorarlo?

di Stefano Simonetti, Il Sole 24 Ore sanità. A volte sembra davvero di vivere in un altro mondo rispetto a quello della politica e delle enunciazioni di promozione o propaganda. Il 19 gennaio il ministro Brunetta ha scritto e pubblicato sul sito della Funzione pubblica una lettera a tutti i dipendenti pubblici in cui si magnificano le intenzioni del Governo per cambiare la pubblica amministrazione. Tuttavia il Paese reale non è mai sembrato così lontano dal Paese legale, visto che le due categorie fondamentali per il nostro Servizio sanitario sono in annosa e ormai aperta polemica: per i medici proprio nella stessa giornata del 19 gennaio su questo sito è stato pubblicato un comunicato dell’Anaao che, dolendosi per l’ennesima volta dell’abbandono della politica, chiede che “ai medici e ai dirigenti sanitari deve essere riconosciuta una corsia preferenziale, rispetto a tutto l’altro personale del Pubblico Impiego”.

E il neoeletto coordinatore della Fassid ha dichiarato che non oltre il 40-50% delle Aziende ospedaliere ha applicato il precedente contratto 2016-18, altro che rinnovo. Da parte loro gli infermieri sono ormai alla disperazione, come dimostra la lettera aperta inviata il 17 gennaio dalla Fnopi al Governo e alle Regioni. Tuttavia per non fare affermazioni generiche e pregiudiziali, vediamo in dettaglio i contenuti di questa “lettera”.

Innanzitutto nel documento non si fa alcun accenno, nemmeno indiretto, alla Sanità, come se non fosse il settore che da due anni sta sopportando l’onere tremendo della lotta alla pandemia. Ma anche prima e al di fuori dello stato di emergenza, la Sanità è qualcosa di profondamente diverso all’interno della Pubblica amministrazione perché le aziende sanitarie sono aziende labour intensive cioè organizzazioni ad alta intensità di lavoro che si fondano principalmente sulle risorse umane e sulla qualità professionale delle donne e degli uomini che vi lavorano. Inoltre le aziende sanitarie nello scenario del pubblico impiego risultano quelle con la maggiore scolarizzazione del personale (nessuno conta 134.000 dirigenti e quasi 400.000 quadri) che, unita ad una complessità professionale unica (tre aree negoziali con 18 profili dirigenziali e una trentina nel comparto), fa ritenere il Servizio sanitario nazionale la punta avanzata del comparto pubblico. Sono queste tutte buone ragioni per ritenere che la risorsa umana che opera in una azienda sanitaria sia una risorsa preziosissima che va amministrata, gestita e sviluppata con grande cura e attenzione. E che la “lettera” ricomprenda anche il personale del Ssn è fuori discussione, visto che si parla di 3,2 milioni di dipendenti – cioè l’intera platea del pubblico impiego ad eccezione del personale non contrattualizzato – e i 700.000 che lavorano nelle aziende ed enti sono il 22% del totale.
Alcuni passaggi del documento meritano però un commento particolare:
• si ricorda l’impianto riformatore avviato con il decreto legge 80/2021 ma, a parte il fatto che una riforma così fondamentale non si fa con la decretazione di urgenza, ci sarebbe da capire il nesso dell’intento riformatore con il nulla osta per la mobilità e con il ripristino delle progressioni di carriera che proprio lo stesso ministro aveva soppresso dodici anni fa, evidente manifestazione di nemesi storica;
• si fa riferimento a circa 2 miliardi di investimento per la formazione ma nel documento del 10 gennaio di presentazione del piano “Ri-formare la PA. Persone qualificate per qualificare il Paese” viene indicato un importo che è esattamente la metà e, comunque, si sta parlando di 62 (sessantadue) euro pro capite l’anno, conteggio che non comprende magistrati, avvocati dello Stato, militari e forze dell’ordine, docenti univarsitari;
• il ministro si accredita il merito dei rinnovi dei contratti collettivi ma, in disparte dalla circostanza che nemmeno uno di essi è ancora entrato in vigore, il rinnovo triennale è dovuto per legge come ricorda il puntuale insegnamento della Corte costituzionale che già nel 2015 è intervenuta a stigmatizzare le colpe del Governo per i ritardi della contrattazione collettiva.
Già all’epoca della sua precedente “riforma”, il ministro Brunetta introdusse il CUG che si doveva occupare, tra le altre funzioni, della “valorizzazione del benessere di chi lavora” e nel commentare i suoi provvedimenti scrissi nel lontano 2010 che se davvero il Governo teneva al benessere organizzativo del pubblico impiego poteva semplicemente evitare il blocco della contrattazione appena deciso e che sarebbe durato per altri otto anni. Evidentemente le esperienze del passato non insegnano nulla perché la crisi cronica e i ritardi intollerabili della contrattazione collettiva sono aspetti non degni di un paese normale. Il rinnovo di cui si parla, come già detto ancora in alto mare, si riferisce a contratti collettivi scaduti da tre anni.
Magari nella lettera i destinatari avrebbero voluto essere aggiornati su un punto nodale del Patto per il lavoro pubblico del 10 marzo scorso, quello promesso nel sesto punto riguardo alla annunciata estensione al pubblico impiego delle agevolazioni fiscali e contributive del salario accessorio previste per il settore privato.
Sarebbe interessante, infine, sapere come hanno accolto la lettera i medici e gli infermieri specie nel passaggio dove si dice “naturale rinnovamento legato allo sblocco del turnover” alla luce delle migliaia di unità lavorative perse e mai sostituite. Per non parlarne della “ricarica delle batterie”, concetto che se viene rivolto a un medico o un infermiere che opera in terapia intensiva potrebbe davvero causare reazioni inconsulte.

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