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Le tasse universitarie dribblano i tetti. In 45 atenei statali contributi superiori al 20% del fondo ordinario. Rischio aumenti al Sud

Contenziosi a catena evitati grazie alla spending review che esclude dal conto le somme pagate da chi è fuoricorso

Appena in tempo. La spending review del Governo Monti varata nell’estate 2012 si è occupata anche del finanziamento universitario, ed è arrivata in extremis per salvare gli atenei statali dal rischio di ricorsi a catena per “eccesso di tasse” chieste agli studenti.

Per rendersene conto basta dare uno sguardo alla tabella allegata al decreto con cui il ministero ha distribuito i «punti organico», cioè gli spazi che gli atenei possono sfruttare per assunzioni e promozioni. Per la prima volta, il decreto censisce le entrate raggranellate da ogni università statale con le tasse chieste agli studenti per i corsi di laurea, al netto dei rimborsi. Bene: le regole in vigore fino all’estate 2012 impedivano di raccogliere da contributi una somma superiore al 20% del fondo di finanziamento ordinario, e l’anno scorso questo limite è stato superato da 45 università statali su 63. In pratica, a sforare il limite è stato l’intero sistema universitario, che nel complesso ha chiesto agli iscritti un contributo pari al 24,5 per cento dell’assegno ricevuto dal ministero.

Il ritocco, che fa uscire dal calcolo la quota delle tasse chieste ai fuoricorso, ha quindi buttato la palla in angolo, impedendo il ripetersi a catena del contenzioso che ha visto protagonista l’università di Pavia, condannata a fine 2011 dal Tar a rimborsare le tasse chieste in eccesso. Pavia in realtà, che nel 2012 ha raccolto dalle tasse 34,6 milioni contro i 127,3 di fondo ordinario (con un rapporto quindi del 27,2%) è solo 19esima nella classifica del peso specifico dei contributi studenteschi, che sfiorano il 33% all’Università di Torino, volano tra il 36 e il 37% alla Bicocca e alla Statale di Milano su su fino al 66,4% registrato all’Università per stranieri di Siena.

Il fenomeno del resto è inevitabile, potrebbe essere solo all’inizio, e le prospettive concentrano il “rischio-aumenti” su due platee di studenti: i fuoricorso, e gli iscritti a parecchi atenei del Mezzogiorno. Vediamo perché.

Le tasse, prima di tutto, sono l’unica variabile flessibile di un sistema di finanziamenti ingessato, stretto tra costi del personale rigidi (nel 2012 in lieve flessione per i blocchi al turn over) e un finanziamento statale in lenta ma costante diminuzione. Nel 2012, in base alle ultime rilevazioni dell’ufficio di statistica del ministero dell’Università, gli atenei hanno raccolto da tasse e contributi 2,08 miliardi di euro, il 63% in più rispetto a dieci anni prima, triplicando abbondantemente il ritmo dell’inflazione che nello stesso periodo si è fermata al 19,9 per cento. I dati medi nascondono naturalmente al proprio interno dinamiche molto diverse fra loro: nel 2012, solo per fare qualche esempio tratto ancora una volta dal censimento ministeriale, a Chieti gli introiti complessivi da tasse sono cresciuti del 20%, a Reggio Calabria si è arrivati a +16% e nell’altro polo calabrese, quello di Arcavacata di Rende, si è registrato un +15%. Anche altri atenei hanno corso più della media, e fra questi la Federico II di Napoli (+10%), lo Iuav di Venezia (+9,3%), il Politecnico di Bari (+9,1%) e l’Università di Sassari (+8,2%).

Proprio al Sud si concentrano i maggiori spazi per nuovi aumenti, per due ragioni. Prima di tutto, le tasse universitarie al Sud rimangono molto più basse della media, anche perché in genere i rettori tendono a contrastare le richieste per non dare spinte aggiuntive all’emigrazione accademica verso il Nord. Così facendo, e qui arriva il secondo motivo, i bilanci soffrono, e dal momento che le possibilità di assunzioni dipendono dalla salute dei conti (si veda l’articolo in basso), l’aumento dei contributi diventa l’unica strada per non bloccare gli organici.

Sull’altra leva, quella del Fondo ordinario, non è certo aria di aumenti, anzi l’ampliamento della quota legata alle performance appena prevista dal decreto «del Fare» rischia di prosciugare ulteriormente le entrate negli atenei del Sud, in media poco brillanti nelle pagelle diffuse in estate dall’agenzia di valutazione. Gli aumenti, poi, si dovranno concentrare sui fuoricorso, perché la spending review ha anche congelato le tasse per gli studenti in regola con il piano di studi e con Isee famigliare fino a 40mila euro: per chi è in ritardo, a meno che non sia studente lavoratore, il conto può crescere fra il 25 e il 100%, a seconda dell’Isee.

Metà delle risorse aggiuntive raccolte in questo modo dovrebbero andare, secondo il decreto Monti, al diritto allo studio, che è la vittima vera dei bilanci accademici zoppicanti. L’Italia oggi è terza in Europa per tasse universitarie, ma nel diritto allo studio è in coda alla classifica, perché ottiene una borsa il 7% degli studenti contro il 25,6% della Francia e il 30% della Germania. (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). Negli ultimi 5 anni le performance italiane sono arretrate (-11,2%), mentre è aumentato negli altri paesi (Francia +25,9%, Germania +18,6%, Spagna + 39%).

Il Sole 24 Ore – 4 novembre 2013 

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