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Liberia. Tra i malati di Ebola nell’ospedale dell’orrore: “Il Paese sta morendo”. 89 medici tra le vittime, strutture sanitarie già pessime al collasso

In tutta Monrovia ci sono solo 350 letti disponibili Contagi in aumento: ogni settimana 700 nuovi casi. Tra la popolazione cresce la paura e la collera contro il governo. Si temono disordini sociali

In realtà, nessuno può prevedere che cosa accadrà con migliaia o decine di migliaia di morti in più, anche perché tra le gente cresce la paura, la frustrazione e soprattutto la collera nei confronti di un governo incapace di gestire questa drammatica emergenza. Il giorno che dovessero scoppiare gravi disordini sociali ci si può chiedere come reagirebbero le autorità, dal momento che a essere falcidiati dal virus sono anche gli effettivi delle forze di polizia, con diversi commissariati chiusi e una base militare in periferia di Monrovia messa in quarantena per via di una trentina di soldati contagiati.

In questa povera e sdrucita regione dell’Africa occidentale, dove si continua a morire anche di Aids, malaria e tubercolosi, le conseguenze di Ebola travalicano l’aspetto meramente medico-sanitario. Dal mese di luglio, infatti, tutti i Paesi limitrofi con Guinea, Sierra Leone e Liberia hanno chiuso le loro frontiere per evitare sconfinamenti del virus (il quale ha comunque ucciso qui e là, dal Senegal alla Repubblica democratica del Congo, sia pure in misura infinitamente ridotta). Le compagnie aeree hanno interrotto i voli, la maggior parte dei legami commerciali è stata tagliata e le economie locali sono collassate. In Guinea, la crescita è già stata dimezzata, scendendo da 4,2 a 2 punti percentuali.

L’epidemia ha anche dato luogo a esperimenti sociali finora inediti, quantomeno in tempi di pace. Pochi giorni fa, il governo di Freetown, capitale della Sierra Leone, ha costretto più di un milione di abitanti a vivere per tre giorni sotto una sorta di coprifuoco, con l’assoluto divieto di lasciare le loro case. In quel frangente, scortati da soldati e poliziotti, diversi volontari hanno visitato le famiglie, distribuito sapone, spiegato come comportarsi per scongiurare il contagio. Solo durante quelle visite, sono stati scoperti più di 130 nuovi casi.

In Guinea, prima nazione dove stavolta è apparsa l’epidemia, su Ebola si raccontano irragionevoli assurdità, proprio come in passato succedeva da noi su altre orribili malattie contagiose. Per esempio, gli stregoni e i predicatori ancora sconsigliano di portare i malati negli ospedali, sostenendo che lì vengono avvelenati dagli stessi medici. «E visto che non esiste un solo farmaco che curi la malattia, questi ciarlatani dicono anche che è meglio morire a casa circondato dall’affetto dei propri cari. Il problema è che in questo modo non si fa altro che aumentare il numero dei contagi», spiega Marc Poncin, capo progetto di Msf in Guinea, organizzazione di punta contro Ebola, con più di 2.000 operatori sparsi nei tre Paesi colpiti. Il 16 settembre scorso, questo tipo di superstizioni è costato la vita a 8 funzionari locali che si erano recati a Womey, un paesino nel Sud della Guinea, per sensibilizzare la popolazione, e che da questa sono stati orrendamente linciati. I loro corpi, fatti a pezzi col machete, sono stati ritrovati pochi giorni dopo in una fossa comune.

Ma l’angoscia dell’epidemia ha provocato anche qualche effetto positivo. La gente non si stringe più la mano, per evitare il contagio. E nei mercati sono ormai introvabili sia la carne di scimmia sia quella, molto apprezzata, di un grosso pipistrello, straordinari serbatoi di virus. «La cosa strana, però, è che non si parla di Ebola, forse perché abbiamo tutti paura di morire », dice ancora Fabrien. Già, si ha come l’impressione che “Ebola” sia diventata una parola tabù, che nessuno osa pronunciare, come se bastasse evocarne lo spettro per rimanerne contagiati. Tutti, salvo i medici, negano la sua esistenza: curiosa forma di psicosi, che consiste nel chiudere gli occhi davanti a una delle più mortifere pandemie che a memoria d’uomo abbiamo colpito l’Africa.

MANCANO perfino i becchini per i morti di Ebola. A Monrovia, malconcia capitale della Liberia, i corpi dei malati sono ammucchiati contro un muro dell’Ospedale centrale. La sera, squadre di moderni monatti con indosso camici gialli sopra spesse tute protettive, guanti e occhiali a visiera, li caricano dentro arrugginiti pick-up per trasportarli a sirene spiegate lontano dalla città, dove verranno bruciati. Lo fanno per motivi di sicurezza, perché è da morti che si diventa più contagiosi, ma anche perché non ci sono braccia per scavare tombe così profonde da evitare che i cadaveri entrino in contatto con le falde freatiche. «Ma io non voglio essere cremato, preferisco morire tra i miei e ricevere una degna sepoltura», dice Fabrien, un possibile malato di febbre emorragica, con cui per mantenerci a distanza di sicurezza siamo quasi costretti a urlarci addosso. Lo incontriamo davanti al cancello di un altro ospedale, quello di Elwa, in periferia di Monrovia, dove assieme a una ventina di altri disgraziati aspetta di poter entrare. Fabrien è seduto a terra, esausto. Accanto a lui, giacciano altri futuri pazienti: alcuni dormono, o forse già agonizzano. «Sono qui da quattro ore, e ho la testa che mi scoppia. Stamattina m’hanno detto che al momento non possono neanche accogliermi nel centro di smistamento, dove decidono chi far entrare in ospedale per accertamenti».

Fabrien spiega che il governo liberiano ha creato un numero verde per assicurare il trasporto dei malati nei centri specializzati. «Ma è una gigantesca presa in giro, perché ricevono almeno 3.000 chiamate al giorno, e in tutta Monrovia ci sono solo 350 letti disponibili e una mezza dozzina di ambulanze. Questo significa che puoi aspettare anche una settimana prima che ti vengano a prendere, perciò ho deciso di venire a Elwa con mezzi miei». Fatto sta che in Liberia molti ospedali hanno dovuto chiudere per carenza di medici, uccisi dal virus. Con il decesso di 89 sanitari sui 184 colpiti da Ebola, il sistema ospedaliero locale, già in pessime condizioni prima che scoppiasse l’epidemia (una cinquantina di dottori e un migliaio di infermieri per 4,3 milioni di abitanti), è ormai ridotto al lumicino.

Qui, come negli altri due Paesi più funestati dal virus, Guinea e Sierra Leone, sono le cifre che spaventano: dallo scorso marzo, data ufficiale dell’inizio della peggiore epidemia di Ebola della storia, oltre 6.500 persone sono già state infettate. Di queste, 3.000 sono morte. E ogni settimana si scoprono 700 nuovi casi. Ma a spaventare ancora di più sono le proiezioni future del morbo, perché la sua diffusione procede molto più velocemente degli sforzi internazionali per contenerlo. L’Organizzazione mondiale della sanità dice che l’epidemia è entrata in una terza fase, con crescita “esplosiva”, e che entro novembre si registreranno altri 20mila casi. Molto più pessimistico appare il pronostico del Center for Disease Control, l’unità sanitaria americana, che di casi ne prevede 1,4 milioni entro gennaio, con 10mila, forse 20mila morti entro la fine dell’anno.

A patirne le conseguenze sono soprattutto i bambini, spiega Guido Borghese, dell’ufficio regionale dell’Unicef di Dakar. «Si era inizialmente pensato che i bimbi fossero meno contagiati degli adulti. Purtroppo non è così, poiché tra di loro si conta un quarto dei decessi. Non solo: vi sono già 4.000 piccoli che hanno perso almeno un parente. Questi orfani sono in continuo stato di shock perché vedono corpi inermi sulle strade, e uomini con maschere e divise che spruzzano liquidi disinfettanti», dice Borghese. In realtà, tutti i settori della società sono toccati dalla crisi: le scuole sono chiuse a tempo indeterminato e la disoccupazione è esplosa, mentre l’economia si è paralizzata. Nel frattempo, nelle strade di Monrovia è tornata la fame. «Non abbiamo più un sistema sanitario funzionante e le nostre forze di sicurezza sono malate e male equipaggiate: il Paese destabilizzato dall’epidemia potrebbe ripiombare nella guerra civile, come è già accaduto nel 1989 e nel 2003, due catastrofi della nostra storia recente in cui morirono più di 250mila persone», spiega il ministro dell’Informazione, Lewis Brown. Quanto al ministro liberiano della Difesa, Brownie Sakumai, il 9 settembre scorso, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato «che per via di Ebola a rischio è l’esistenza stessa della Liberia ».

Repubblica – 2 ottobre 2014 

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