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L’impatto dei risultati falsi negativi al test antigenico rapido sulla diffusione delle varianti Sars-CoV-2 in Veneto. Le conclusioni di uno studio dell’Università di Padova e dell’Imperial college di Londra

L’uso massiccio di test antigenici rapidi non accompagnato adeguatamente dalla conferma mediante saggio molecolare dei campioni negativi allo screening  può avere favorito il maggiore diffondersi di alcune varianti di Sars-CoV-2 in Veneto, rispetto al resto di Italia.

I test di popolazione rimangono centrali per il controllo e la sorveglianza di COVID-19, e soprattutto in una fase “Omicron” ad alta contagiosità, in cui il contact tracing di fatto è inapplicabile, il loro utilizzo anche a livello personale e non ufficiale  rappresenta una risorsa nel contenere i contagi, laddove inserito in una adeguata strategia basata sugli interventi non farmacologici.

Tuttavia, le mutazioni nella regione N (Nucleocapside) sono in grado di ridurre la sensibilità dei test antigenici rapidi, rispetto ai saggi molecolari. Questo è il caso ad esempio, di alcune sottovarianti Omicron.

Nel lavoro dal titolo: “Impact of antigen test target failure and testing strategies on the transmission of SARS-CoV-2 variants” reso pubblico in forma di preprint, dall’Università di Padova, in collaborazione con l’Imperial college di Londra, il gruppo del professor Andrea Crisanti affronta l’argomento specifico, attraverso una modellizzazione epidemiologica.

La conclusione proposta è che l’uso massiccio di test antigenici rapidi non accompagnato adeguatamente dalla conferma mediante saggio molecolare dei campioni negativi allo screening possa avere favorito il maggiore diffondersi di alcune varianti di Sars-CoV-2 in Veneto, e tenere alta l’incidenza della infezione,  rispetto al resto di Italia.

In un contesto più generale, ECDC qualche mese fa aveva aggiornato in modo limitativo la lista dei saggi antigenici rapidi con una validazione europea, e aveva sottolineato come tali test rapidi di fatto mostrano una minore sensibilità nel rilevare i soggetti positivi, ma asintomatici,  laddove non inseriti in una strategia di test cadenzati ogni 2-3 giorni,  come raccomandato anche da US-CDC, in contesti di forte circolazione virale (ricordiamo che la variante Omicron mosta un R0 stimato a 16, analogo a quello del virus del Morbillo).

Il preprint della Università di Padova  dal titolo: “Impact of antigen test target failure and testing strategies on the transmission of SARS-CoV-2 variants” è disponibile per la completa consultazione qui  ed è stato inviato per la revisione tra pari a Nature Portfolio Journal.

 

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